BREVI SAGGI SULLA NATURA
by mariangela borella e giovanni paquola
CYBERPROFUMI
"Voglio un profumo per donna dall'odore di donna" con queste parole, nel 1921, Coco Chanel chiede ad Ernest Beaux una nuova essenza da lanciare sul mercato.
Il chimico si mette al lavoro. Risultato: un profumo rivoluzionario nel quale, per la prima volta, oltre alle essenze naturali (rosa di maggio e gelsomino di Grasse), sono impiegati in grandi quantità elementi sintetici (aldeidi). Il suo nome? Chanel n° 5.
Coco Chanel, nella sua essenzialità, ha efficacemente riassunto l’idea occidentale in fatto di odori e di profumi.
Nel nostro vivere attuale, infatti, siamo occupati senza riserve nella guerra contro gli odori del corpo e ormai tutti, uomini e donne, abbiamo a disposizione e usiamo saponi, creme, deodoranti e quant’altro serve ad eliminare odori ritenuti sgradevoli. Chi fa eccezione è segnato a dito e in ogni caso indicato come persona non rispettosa di sé e degli altri. Insomma, siamo diventati più schizzinosi, deodorati, strigliati e anche un po’ nevrotici nel tentativo di distruggere quel patrimonio di odori naturali che da sempre ci portiamo addosso.
Eppure gli odori (intesi non solo come "impressione particolare prodotta sull'organo dell'odorato da certe sostanze"), scandiscono, pervadono e invadono la nostra vita anche dal punto di vista culturale, psicologico, sociale. Sono un modo di comunicare, e producono precise sensazioni nell'essere umano.
Nella storia evolutiva della vita sulla terra, gli odori hanno svolto alcune funzioni chiave, permettendo ad esempio di riconoscere sorgenti d’alimento, di evitare pericoli, garantire l’incontro fra i sessi, la riproduzione, la relazione fra gli adulti e la prole. Funzioni che ancora sono innegabilmente presenti nella nostra vita, anche se non ne rappresentano più un aspetto essenziale.
L’odorato nell’uomo si è adeguato ad esigenze diverse, ma resta pur sempre meravigliosamente efficiente e al nostro naso dobbiamo ancora quei soprassalti della memoria che ci sorprendono e ci sconvolgono di colpo, - come ‘’animali da preda selvaggi e feroci’’, ha scritto F. Sagan, - riportandoci improvvisamente sensazioni lontane, evocando persone assenti e momenti già vissuti e regalandoci per un attimo una scheggia del nostro tempo perduto.
L'essere umano, unico vivente sulla terra dotato della straordinaria capacità di riflettere su se stesso, e della capacità di mettere in atto il processo di conoscenza del mondo, ha potuto abbandonare, a differenza delle altre creature viventi, la sfera degli istinti per costruire culturalmente la realtà. I sensi, e tra questi l'olfatto, sono in un certo senso gli anelli, il punto di contatto, che stanno tra la dimensione più profondamente legata all’istinto e quella culturale. Per noi un odore non è semplicemente un odore, la sollecitazione delle cellule sensoriali del nostro naso: è molto di più. Un odore può scatenare gioie, angosce, ricordi dell'infanzia, stati d'animo, sensazioni ed emozioni conosciute o inaspettate.
L'uso di profumi (dal latino ‘’per fumum’’, attraverso il fumo), d’essenze, di balsami, di oli profumati si perde nell'antichità, ma eccoli, con storica certezza, sulle are delle religioni antiche dove, in occasione di sacrifici rituali, si facevano ardere sostanze profumate per coprire l’odore del sangue delle vittime. Papiri egizi riferiscono dell'uso di sostanze profumate sia a scopi sacrali sia terapeutici. In questa civiltà, alle fragranze di cui i sacerdoti avevano il pieno controllo, era attribuita la proprietà di fare da tramite alle aspirazioni umane dell'aldilà. Indicativo il rituale dell'imbalsamazione: alla morte del Faraone, il suo corpo era privato delle viscere, pulito con olio di pino, riempito d’essenze come mirra, cassia e cedro ed infine avvolto in bende impregnate di oli aromatici.
Ma via via che il lusso e la raffinatezza entrarono nella vita privata, gli Egizi iniziarono ad impiegare le sostanze odorose anche nell'igiene quotidiana. Il ritrovamento in tutto il bacino del Mediterraneo di vasi per unguenti, di balsamari e di numerosi contenitori per sostanze odorose, testimoniano come già nel passato fosse diffuso l'uso di queste sostanze, oltre che a scopo farmacologico e terapeutico, anche per la cosmesi e la cura personale.
Numerosi autori greci e latini ci hanno tramandato notizie dettagliate sui tipi di profumi e sulla loro utilizzazione. La sensibilità per il gusto, presso i Greci era ritenuta l'inaugurazione della sapienza, il distacco dell'uomo dal mondo animale.
Tuttavia la nostra reazione ad un certo odore è spesso quasi istantanea, meccanica. Un odore identificato come cattivo, fastidioso, provoca un'immediata reazione facendoci storcere il naso, o in ogni caso influenzando la nostra espressione facciale. Ci sono odori, come quello dell'acido carbossilico prodotto dai cibi rancidi o quelli prodotti dalle industrie chimiche, che sono ritenuti comunemente sgradevoli e provocano reazioni istintive di rifiuto. Ma altri possono probabilmente essere considerati gradevoli o sgradevoli secondo la cultura, il periodo storico, la civiltà di un popolo ecc.
La sensibilità agli odori cambia anche rispetto al sesso, alle fasce d'età, al grado d'istruzione.
Negli esseri umani, molto dipende non solo da fattori esterni, ma soprattutto dall'esperienza e dal significato che attribuiamo alla sensazione olfattiva tramite associazioni con altri eventi. Alcuni odori, infatti, non necessariamente forti e penetranti, possono essere soggettivamente associati ad esperienze spiacevoli e pertanto sembrare disgustosi. Spesso anche gli odori un tempo graditi, se percepiti in situazioni negative s'imprimono nella memoria come i peggiori odori della propria vita.
Le preferenze, la sensibilità, per i profumi e le essenze sono continuate a cambiare nel corso del tempo. Nel Rinascimento i profumieri italiani, stimolati dalla competenza e dalle esigenze di personaggi come Caterina Sforza, Isabella e Alfonso I d'Este, Lucrezia Borgia, Cosimo I e Caterina de’ Medici (che introdusse la moda dei profumi in Francia), divennero universalmente famosi e Firenze fu per lungo tempo il centro dell'attività profumiera europea. Verso la fine del XVII secolo, la messa a punto dell'acqua di Colonia segnò il declino della profumeria italiana e l'inizio della profumeria moderna.
Oggi le industrie del settore fanno largo uso di profumi sintetici, ottenuti da derivati del catrame di carbon fossile (come ad es. l'acetato di benzile che ricorda il gelsomino, l'aldeide benzoica che ha odore di mandorle amare) oppure dalla trasformazione chimica di costituenti d’essenze naturali, come ad esempio il pinene contenuto nelle essenze di trementina che può essere idratato a terpineolo o lillà artificiale, il geraniolo che è ossidato a citrale (odore citrino) a sua volta trasformabile in ionone, base delle essenze di violetta artificiale.
Le moderne ricerche rivolte all'identificazione di elementi chimici contenuti negli oli essenziali e negli aromi fanno uso di "nasi elettronici" e di raffinate apparecchiature utilizzate per lo studio e la produzione dei profumi, delle essenze, e dei prodotti cosmetici ormai diffusi in tutte le nostre case.
Insomma, gli odori, o se preferite i profumi, ritenuti gradevoli nel '700 erano senz'altro diversi da quelli di mille anni o anche soltanto un secolo prima.
Immaginiamo che alcuni odori, prima dell'avvento e dello sviluppo del mondo industriale, fossero totalmente sconosciuti, come ad esempio alcuni suoni prima dell'avvento degli strumenti elettrici ed elettronici. Questo ha probabilmente cambiato le nostre capacità percettive. Oggi il suono leggero, sottile, forse anche "debole" del clavicembalo è ormai in disuso (più una curiosità, o il vezzo di un appassionato), predominano invece i suoni robusti, pieni, del pianoforte (che ha sostituito il clavicembalo nella composizione), i suoni potenti e assordanti delle batterie e delle chitarre elettriche, quasi come se l'orecchio non fosse in grado di cogliere le sfumature e la leggerezza di certi suoni.
Cosa c’entrano i suoni con gli odori, verrebbe da dire... Valutando globalmente un profumo, gli esperti profumieri lo strutturano in ‘’note di testa’’ (le più vivaci e sbarazzine), di ‘’cuore’’ (le note più tenaci che si soffermano dopo la volata iniziale), ‘’note di coda’’ (quelle definitive, che resistono alcune ore, conferiscono ad un profumo il suo carattere distintivo e, in conclusione, ne decretano il successo o meno).
Certo, non tutti siamo in grado di cogliere le sfumature di un odore o di un suono al pari di un esperto profumiere o un valente musicista, artisti entrambi. Però l'esperienza, intendiamo la complessa esperienza di conoscenza del mondo con i suoi effetti psicologici, sociali ecc., è non soltanto intellettiva, cioè dovuta alle capacità d’analisi della mente, ma è anche guidata da una forte componente estetica. Basti pensare alla forma degli oggetti che utilizziamo, il materiale di cui sono composti (diverso è che un oggetto sia ad esempio di marmo, di metallo, di legno, o rivestito di velluto), il loro colore. Questo influenza senz'altro il rapporto tra noi e il mondo, tra noi e l'ambiente e il modo in cui entriamo in contatto con ciò che ci circonda.
Pensiamo ad esempio agli odori caratteristici delle città moderne, senz'altro diversi da quelli delle città di cent'anni fa, ma anche da quelli tipici di un piccolo paese di campagna. Le sensazioni, le impressioni, lo stato d'animo che viviamo (determinato da questa dimensione estetica) sono sicuramente differenti nei diversi casi e pensiamo che questo possa influire sul nostro rapporto con l'ambiente.
E' frequente il processo di associazione che avviene tra situazioni e odori: quando ad esempio pensiamo alla nostra infanzia e al ricordo dei luoghi in cui siamo stati, riviviamo alcuni momenti della vita anche attraverso odori particolari. C’è un bisogno emozionale, di memorie antiche, il gusto di respirare, che gli odori della natura e del mondo vegetale ci trasmettono ogni volta che lasciamo la città.
Ma l’uomo elettronico, l’androide tecnologico del terzo millennio, dotato di ciber-nasi e ciber-orecchie, con le sue estensioni nel mondo virtuale, muove i suoi sensi in un mondo che ha ormai frapposto migliaia d’interfacce, di barriere, tra la natura e se stesso. Tra il suo essere un "figlio del mondo" e il suo essere cultura. Il corpo fisico (il ciber-corpo) e il mondo interiore si fronteggiano alla ricerca di una ricomposizione e di un'unione armonica che continuamente sono scardinate, divise, separate dai prodotti sia culturali sia materiali del mondo industriale, supertecnologico, virtuale.
Pensiamo alle molte sensazioni, impressioni, piaceri che vengono in un certo senso momentaneamente perduti, distorti, ignorati (basti pensare come l’uomo del terzo millennio vive immerso continuamente negli odori dei gas di scarico delle automobili, negli odori delle industrie, ecc.). Spesso non c’è il tempo di "gustare" un momento di vita, un frammento apparentemente insignificante per l’androide del terzo millennio, che possa far riscoprire una dimensione più naturale, spontanea e, concedeteci, antica degli odori.
Troviamo personalmente molto indicativo il brano che segue: "...occorrono dati certi, misurabili e ripetibili in laboratorio secondo i parametri delle tecnoscienze. A tale scopo, molti animali sono sacrificati nei laboratori al servizio delle industrie cosmetiche e alimentari le più diverse, per mettere a punto e quantificare scientificamente i meccanismi del gusto e del disgusto. Benché gli esseri umani non siano topi o sorci, sono soprattutto i topi, oltre che i conigli, ad essere utilizzati in esperimenti spesso crudeli di psicofisica dell'olfazione, in modo da poter quantificare i fenomeni sensoriali come se gli esseri umani fossero delle macchine e i dati ricavati dalla fisiologia animale valessero anche per gli esseri umani. Per studiare i processi neurologici dell'olfazione umana, si tagliano a pezzi e si colorano nasi di topo, per disegnarne le fette al microscopio, ingrandirle e realizzare opere d'arte in plexiglas: l'interno di un naso di topo ingrandito 40 volte. Su un modello ingigantito dell'interno del naso di topo, si può utilizzare dell'acqua colorata per simulare il comportamento del flusso d'aria in entrata nel naso reale. Si può anche, tramite illuminazione al laser delle fette di naso, ottenere delle immagini del percorso di particelle d'incenso. Quanto allo studio dei gusti e dei disgusti, può essere utilizzato qualsiasi animale. Dopo avergli servito un alimento nuovo per lui, gli s’inietta un tossico che causerà nausee e un malessere gastrico; l'animale d’ora in poi eviterà tale alimento e anche tutto ciò che gli somiglia, compresi gli uomini e le donne in camice bianco che glielo hanno propinato."
Ma concedeteci ancora poche righe per chiarire la metafora dell’uomo elettronico sopra accennata.
L’uomo tecnologico, quella specie di androide in cui ci stiamo trasformando con i nostri computer, la televisione, il cellulare, i nasi elettronici e le decine di escrescenze elettroniche che escono dal nostro corpo come estensioni dei nostri sensi nel mondo virtuale esiste davvero, e non solo nella finzione della metafora. "Siamo i primi cittadini di una società che è stata divorata dalla tecnologia, di una cultura che è realmente svanita nell'oscuro vortice della frontiera elettronica", scrive Arthur Kroker (uno dei più innovativi critici dei media postmoderni), ma non solo, vorremmo aggiungere che con gli esperimenti di impianto di microprocessori nel cervello umano, di gravidanza maschile, della clonazione, siamo forse noi stessi la frontiera elettonica della cultura tecnologica, i Frankestein del terzo millennio. Pensiamo allora che il recupero degli antichi odori, delle memorie dell’infanzia, dei profumi della natura, siano un piccolo sentiero che può guidarci alla (ri)scoperta di noi stessi, come figli della natura.
Bibliografia:
Gianni De Martino - Odori: entrate in contatto con il quinto senso - 1997
Enciclopedia Multimediale Rizzoli Larousse
Pagine Web dedicate all’argomento
IL COLORE DEL MARE
"Che vuol dire che il mare ora è verde, ed ora è turchino, e un’altra volta è bianco, e poi nero come la sciara, e non è sempre di un colore come dell’acqua che è?", si chiede Alessi ne "I Malavoglia" di Giovanni Verga.
Chi mai potrebbe rispondere?
Forse non bastano la nostra fantasia, le canzoni più belle nei nostri ricordi, le parole di tutti i poeti, per descrivere il colore del mare. Le infinite sfumature che vanno dal verde all'azzurro. I grigi luminosi delle giornate velate. Il misterioso grigio dei giorni di tempesta. Il blu profondo come la nostra memoria. I riflessi del sole, della luna, il silenzio che incontra l'azzurro del cielo.
Ma forse no. In fondo ognuno di noi ha un suo mare, dentro.
Sergio Parodi, un carissimo amico, in questi giorni ci ha mandato dei versi attraverso i quali possiamo intuire i colori di un mare sempre presente e sempre rimpianto: " Il colore del mare, / sassi levigati sporcati di sale. / I riflessi dorati, le mani bagnate di sole / (son tutti ricordi). / Gli spruzzi di ore inutili, o utili. O eterne. / Son orme sulla spiaggia del cuore / son banchi di alghe / brandelli del colore del mare / versi riletti, riflessi di sole. / Posti, imposti. Riposti. / Sento solo il rumore del molo / (nell'anima, in fondo al cuore) / le mani bagnate di vita / mentre, in silenzio, cammino / sul colore del mare. / E poi c'incontreremo all'orizzonte, amore".
Sono piccoli versi, scritti quasi sottovoce, perché ci si può innamorare dei colori del mare così come, a volte, quasi senza avvedercene, lasciamo leggere a qualcuno le segrete sfumature dell’anima.
E se provassimo a rileggere insieme alcuni frammenti di poesie, di pagine famose o quasi sconosciute, che sono state scritte nel tempo da chi, prima di noi, ha guardato il mare alla sola luce del proprio intimo sentire?
Scopriremmo che l’incontro con il mare è per tutti un avvenimento che lascia tracce profonde. "Ma più in là ancora l’occhio mio non poteva indovinare che cosa fosse quello spazio infinito d’azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra: un azzurro trasparente e svariato da strisce d’argento, che si congiungevano lontano lontano coll’azzurro meno colorito dell’aria". Parole del Nievo, parole stupite che solo il silenzio può sostituire. Perché la ragione è una trappola, una gabbia di parole, e "quando il mare parla in quel modo non si ha coraggio di aprire bocca", ammonisce il Verga.
Alfonso Gatto è ancora più esplicito nel mostrare inquietudini affondate chissà dove, nel mare del nostro essere: "Io troverei un pianto da bambino / e gli occhi aperti di sorriso, neri / neri come le rondini del mare".
Arthur Rimbaud, maestro nell’indagare al di là delle apparenze, tra i suoni, i colori e la musicalità delle parole, "da allora sono immerso nel Poema del Mare / che, lattescente e invaso dalla luce degli astri, / morde l’acqua turchese".
Come se il mare fosse anche perdita di sé e desiderio di abbandono. Desiderio carico di attese nelle parole di Stéphane Mallarmé "…questo cuore che già si bagna nel mare" che lasciano intuire il bisogno di guardare lontano e dentro di sé. Per Paul Claudel: "è delizioso restare immersi in questa specie di luce liquida che fa di noi degli esseri diversi e sospesi".
Il mare suscita emozioni che non è possibile trattenere dentro di sé.
Leonida Repaci nel 1933 ne scrive con grande efficacia: "le mie ore preferite sono quelle che precedono l'alba, quando l'immensità, nell'attesa del sole, s'indora, e tutto, dall'onda che fruscia, alla rondine marina che saetta di traverso, dalla stella che socchiude le palpebre, alla nuvola ferma come un brutto pensiero del cielo, grida al miracolo. Un ardore panico allora m'invade, griderei la mia gioia di essere vivo se non temessi di far ridere la ciurma".
E Bernard Moitessier accoglie il regalo di un’emozione simile: "Ecco perché, quando all'alba salivo in coperta, mi piaceva urlare la mia gioia di vivere, mentre contemplavo il cielo che andava rischiarandosi su quel mare colossale per forza e per bellezza, e che, a volte, cercava di annientarmi".
Mare dunque ancora sconosciuto, amato come una divinità e per questo temuto. Rudyard Kipling, dà voce a questa sorta di doppio sentimento: "finì per comprendere e godere profondamente il fascino dell'aspro coro delle onde le cui cime si frangono l'una dietro l'altra in un susseguirsi incessante di colpi secchi come uno schianto; (…) il freddoloso oscurarsi di ogni cosa al calar della sera, e l'infinito tremolio del mare sotto i raggi della luna".
Divinità maschile o femminile, questo mare?
Femminile, per Ernest Hemingway che scrive: "pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l'amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. (…) Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò".
Maschile invece per Charles Frederick Holder: "la meravigliosa tinta turchese del cuore dell'oceano, la sua splendida vita virile, la sua forza, i suoi poderosi movimenti, i suoi disegni argentei, la superficie appannata quando era agitato non dicevano nulla allo stupido squalo. Non vedeva, mentre nuotava, la meravigliosa tinta del mare di notte, le sue comete e le sue costellazioni simili a brillanti fosforescenze".
"D’incontra è un mare, e di canuto flutto vedi spumanti i suoi cerulei campi", scrive Torquato Tasso nella sua "Gerusalemme liberata" con parole che sanno di rispettosa soggezione.
Come in questi frammenti di Pierre Loti, che mostrano la sorpresa, forse oggi perduta, di chi vede il mare per la prima volta: "a un tratto mi fermai impaurito. Mi appariva davanti qualcosa di fosco e rumoreggiante, sorto nello stesso momento da tutte le parti, una distesa in movimento che mi dava le vertigini", e di Jacques Yves Cousteau, "talvolta, anche se di rado, si ha la fortuna di accorgersi che nella nostra vita è subentrato un cambiamento, si abbandona la via vecchia, s'imbocca la nuova e si prosegue dritti per la nuova rotta. Mi accadde una cosa simile a Le Mourillon, quel giorno d'estate in cui i miei occhi si aprirono sul mare".
Parole dove trova posto anche la gioia che la natura, quotidianamente, suscita nel nostro animo e che, non più bambini, tendiamo a lasciarci scorrere dentro senza un pensiero, senza un fremito. Achille Campanile, usando la consueta ironia, scrive della diffusa distrazione verso le meraviglie della natura: "Cosicché, questo povero sole da tempo immemorabile replica inutilmente ogni mattina il suo grande spettacolo e mai ottiene quell’universale applauso fragoroso, che non potrebbe mancargli se, come di dovere, le alture, le terrazze, le rive del mare, le cupole, i bastioni e le torri, brulicassero d’un popolo di spettatori".
Un monito ad osservare meglio, a riflettere, dunque. Un insegnamento che possiamo trarre anche dalle parole di Omero "… in riva al mare canuto, guardando l’interminata distesa" e che Umberto Saba ferma davanti a sé: "alla marina schiuma / che sull’onde biancheggia".
Quanta gioia, quanto desiderio in questa contemplazione. "… pensa, e il suo cuore è come onda nel mare", dice Giovanni Pascoli.
Ascoltare la musica delle onde, lasciarsi incantare dai riverberi della luce sulla loro superficie, significa far scivolare dentro di noi luci, suoni, profumi, sogni. Perché "…senza i sogni, incolore campo è il mare…", ricorda Ungaretti.
E chissà dove finiscono i nostri sogni, sognati ad occhi aperti tra la magìa di un tramonto come quello raccontato da James Joyce: "il mare qualche volta cremisi come il fuoco". Forse se ne vanno dove finisce il mare, in "questa immensità azzurra di cielo e di mare che par tutt’una e innalza la mente alla comprensione dell’eterno", come sussurra incantato Ippolito Nievo.
"Per molti, semplicemente, un arcobaleno è un arcobaleno, e il mare è il mare, e si lasciano sfuggire i loro più profondi segreti. Ma essi meritano una maggior attenzione, poiché ci sono arcobaleni dentro il mare per coloro che hanno occhi capaci di scorgerli", ricorda Christopher Newbert.
E con le parole del Pascoli dove il mare diventa simbolo, avventura interiore, contemplazione del mistero, che è poi, in fondo, la vita "E guardai nella valle: era sparito / tutto! Sommerso! Era un gran mare piano, / grigio, senz'onde, senza lidi, unito", possiamo sprofondare, svanire, galleggiare su di un mare interiore, rotolare, amare. Perché "quell’acque lontane hanno un sorriso di promesse, in cui l’anima si confonde come negli occhi d’una cara fanciulla", secondo Giuseppe C.Abba.
Tutti i poeti hanno parlato del mare, del suo colore, del profumo.
Perfino D'Annunzio, lasciata la retorica ad altri argomenti, riconosce che "…il mare accompagna / la melodia / della terra" e "A mezzo il giorno / sul mare etrusco / pallido verdicante / come il dissepolto / bronzo degli ipogèi, / grava la bonaccia". Per lui "... Adriatico selvaggio / che verde è come i pascoli dei monti".
Aldo Palazzeschi ha dedicato ai colori del mare un’intera poesia, forse non la più riuscita, nella quale avvertiamo un respiro quasi trattenuto: "… acque dense bianchissime, / luce di perla, cielo d’opale". E ancora "… Non nave, non vela, non ala; / soltanto egli sembra / un’immensa lamiera d’argento brunastro".
Cardarelli invece usa un'altra atmosfera, la magìa semplice di una sera di Liguria: "Lenta e rosata sale su dal mare / la sera di Liguria, perdizione / di cuori amanti e di cose lontane. / Indugiano le coppie nei giardini, / s’accendon le finestre ad una ad una / come tanti teatri. / Sepolto nella bruma il mare odora. / Le chiese sulla riva paion navi / che stanno per salpare".
Arturo Onofri sceglie parole originali, senza retorica: "... sul brillìo turchino / del mare che smiràcola d’argento", mentre Quasimodo racconta attraverso il mito di una primitiva innocenza e della perduta comunione con le cose "O conchiglia marina, figlia / della pietra e del mare biancheggiante, / tu meravigli la mente dei fanciulli".
Anche il rumore del mare ha un suo colore, come il grido dei gabbiani e l'onda che si perde sulla sabbia. Italo Svevo, negli occhi il mare di Trieste, quel "… mare gonfio, stanco e immobile, sembrava scolorito in confronto del cielo ancora lucente…", luogo di riflessione, specchio dell’animo umano che affronta la fatica di riconoscersi, di riconoscere la vita: "La vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell’onda del mare…".
Quel suono che per Pascoli diventa musica e movimento, "gli accordi avea del mare / che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba" e per Eugenio Montale, "rombando s’ingolfava / dentro l’arquata ripa, / un mare pulsante, sbarrato da solchi, / cresputo e fioccoso di spume".
Cervantes, attraverso le gesta del suo Don Chisciotte ha scritto delle follie di tutti noi, "Ove trovando un piccolo legno senza remi, vele, alberi e sarte, entri con intrepido cuore, abbandonandosi alle onde implacabili del mare profondo che ora lo innalzano alle stelle, ed ora lo cacciano giù nell’abisso".
E che dire del fascino ineguagliabile delle rime di Leopardi, quando peregrinando nelle più sofferte rotte dell’anima, conclude: "e il naufragar m’è dolce in questo mare"?
Affondare, naufragare, per cercare riposo dopo le burrasche della vita, come nelle rime di Dino Campana "scuotevasi il mare profondo / mare che batti come un cuore stanco", o per trarre nuova vita, come Guido Gozzano "voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare", quel mare che fa dire a Giuseppe Villaroel: "…il mare / ha un riso azzurro e un brivido di seta".
Il mare che è eterno ritorno, di fatica e di riposo, di sudore e di rassegnazione: "tutto un mare di pianto", secondo Pirandello. Senza fine, come l’antica paura dell’ignoto che Giovanni Mosca, acuto caricaturista, descrive bene in questo brano: "Le vede quelle torri lungo il mare, sulle coste più alte, su tutti i capi, su tutti i promontori? Oggi nidi di pipistrelli, ieri servivano per scrutare il mare, che non spuntassero all’orizzonte le vele dei Saraceni. E’ per questo, fra l’altro, che noi italiani non sappiamo nuotare. Ci si meraviglia. (…) Una meraviglia stupida, che non tiene conto di come per secoli e secoli siamo vissuti: non già con l’amore per il mare, ma nel suo terrore. Solo la fame dava a pochi l’ardire d’avventurarsi per qualche centinaio di metri in cerca di pesce…".
Uno degli autori che meglio ha descritto il colore del mare e la sua presenza inquietante è certamente Giovanni Verga. Splendide le sue immagini di uomini e donne rassegnati e impotenti, "perché il mare aveva scopato vele, antenne, remi e ogni cosa…". Un’umanità piegata dal destino, "perciò odiava le notti di luna, in cui il mare formicola di scintille".
Colori che "il nereggiante mar", per dirla con il Carducci, par rendere indescrivibili, e che pure in molti hanno tentato di descrivere. Charles Baudelaire: "… se nero come l’inchiostro è il mare". Sandro Penna "…e fuori / un mare tutto fresco di colore". Svevo "nell’acqua del mare c’era disciolto dell’oro". Pascoli "ma poi v’era un mare / porporeggiante". E di nuovo Verga "dove il mare era liscio e turchino…" e "… al mare color di lavagna" e ancora "… nel mare color di piombo".
Vittorio G.Rossi, che nella sua vita fu inviato speciale di molti giornali italiani, decenni fa partiva da Santa Margherita Ligure diretto verso mari che allora erano sconosciuti ai più, e ne scriveva: "Il mare era verde, verde vitreo; sopra pianamente vi passavano le forme ambigue, fredde delle nuvole, e la luce veniva meno e flebile si risollevava, a tratti, come la fiamma d’un lume cui sia per mancare l’olio."
Mari lontani, senza fine, come appaiono a Leon Garfield: "Levò lo sguardo verso il mare sconfinato, pieno di barbagli…". Mari che diventano per molti il traguardo di una nuova vita, dopo le fatiche di un’emigrazione obbligata che nelle parole di Cesare Pavese assume impressioni inattese: "… Anche l’America finiva nel mare".
L’oceano ci separa dall’America. America come miraggio, come lavoro e motore, industria di nuova vita. Filippo Tommaso Marinetti, affascinato dagli ingranaggi vitali del nostro tempo industriale, non sfugge alla malìa del mare e nella sua incessante ricerca oratoria ce ne lascia una traccia superba: "…lavorare al tornio il metallo del mare / trucioli di schiuma…", lasciandoci a metà tra il desiderio di affidarci alle maree della natura e le pressioni del secolo attuale, che ci spinge a tuffarci nelle onde della cosiddetta civiltà.
Civiltà cittadina, come quella di Giani Stuparich, autore tormentato da inquietudini profonde, come la sua Trieste e il suo mare, a volte percossi dalla bora: "…quando abbandonai le rive, per rientrare nelle vie della città, il mare era tutto una schiuma, e la voce canora del vento cresceva in un urlo disteso…". O come quella che traspare dalle parole di Giovanni Comisso, altro interprete del tempo recente che anima i suoi racconti di viaggio di sensuale gioia di vivere: "Il mare grigio la preme, la luce che si diffonde tocca il bianco delle alte coste rocciose…".
Civiltà dubbia e da poco secondo Thor Heyerdahl, che scrive della sua prima immersione in mare: "onde nere come il carbone ci troneggiavano intorno, e scintillanti miriadi di stelle accendevano un tenue brillìo di plankton nel mare. Com'era semplice il mondo! Stelle nel buio. Era indifferente che scrivessimo nel 1947 avanti o dopo Cristo".
Il tempo infatti smette di avere senso, di fronte al movimento del mare. Jules Verne, che dell’immaginare il tempo futuro ha fatto una passione, ha scritto: "Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l'immenso deserto in cui l'uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un'esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l'infinito vivente".
George Byron ha colto bene questo senso di eternità e del mare ha scritto "il tempo non lascia traccia / sulla tua fronte azzurra. / Come ti ha visto l'alba della Creazione, / così continui a essere mosso dal vento".
Perché "le impronte del vento brillano sul mare", ha scritto Algernon Charles Swinburne nel 1880, e può cambiare l’epoca, ma resta il respiro senza fine di questo mare, che nelle rime di Paul Valéri recita "che puro gioco di lampi sottili / consuma ogni diamante / d'impalpabile schiuma, / e quanta pace che sia nata sembra; / quando sopra l'abisso un sole posa, / opere schiette d'una causa eterna, / scintilla il tempo e il sogno è conoscenza".
Joseph Conrad, autore di memorabili pagine sul mare, afferma che "la vera pace di Dio comincia in qualunque luogo che sia mille miglia distante dalla terra più vicina".
Perché "il mare ribolle e canta... / Il mare è un sogno sonoro / sotto il sole d'aprile. / Il mare ribolle e ride / con le onde turchine e spume di latte e argento, / il mare ribolle e ride sotto il cielo turchino. / Il mare lattescente, / il mare rutilante, / che risa azzurre ride sulle sue cetre d'argento". Così scrive Antonio Machado nel 1917, quando il mare ribolle anche di guerra e di sangue, purtroppo.
Corrado Govoni, interprete di tensioni e di silenzi attoniti: "… sotto, il mare che sogna: un’allucinante distesa di stelle cadute, / di liquide perle malate, di pallide rose svenute…", mentre Pascoli, in un’immagine notturna, scrive "il mare, al buio, fu cattivo. Urlava / sotto gli schiocchi della folgore! Ora / qua e là brilla in rosa la sua bava".
Già. Perché il giorno e la notte sul mare assumono aspetti diversi che in qualsiasi altro luogo. Massimo Bontempelli annota: "il mare mi apparve, che era infinito e tranquillo. Era azzurro infinito, e nel lontano grandi strisce d'argento lo imbiancavano lunghe fino agli estremi orizzonti. La luce saliva dal mare, scendeva dal cielo, brillava nell'aria. Il mare era quieto e sicuro, solo un tremante margine di spuma sul lido tradiva il suo piacere di vivere. Azzurro e luce volavano sopra la terra. Il mare e il cielo respiravano luce e calore e ne inondavano il mondo". Mentre Giovanni Pascoli, in una descrizione vivissima, "e là, dove la sera si sfioriva / nel mare, l’alba rifiorì dal mare".
Luigi Pirandello dà al mare il tocco di una presenza viva, pulsante: "Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e palpitante nella nera, infinita, tranquilla voragine della notte", così come l’altro siciliano, Giovanni Verga, "Si udiva il mare che russava lì vicino, in fondo alla straduccia, e ogni tanto sbuffava, come uno che si volti e rivolti pel letto".
E ancora il giorno e la notte, la luce e il buio. Federico Garcìa Lorca, con la solare e diurna visione dell’innamorato, "Sorride da lontano / Denti di spuma, / Labbra di cielo". Il nostro Dino Campana invece è teso verso la contemplazione del tramonto "Illanguidiva la sera celeste sul mare", come Gianni Roghi "il mare trascolorò per il nuovo riflesso; il viola s’incupì, il verde attorno all’isola e sulle sabbie divenne uno smeraldo fermo e pallidissimo".
Per Diego Valeri "…tutto ne splende, commosso, incendiato, / l’azzurro specchio del mare felice". Così come Arturo Graf, insieme con Valeri testimone forse innocente del tono sbiadito di certe antologie scolastiche vecchie di trent’anni e più: "nubi d’oro attraverso / pendon sull’acque chiare; / è tutto d’oro il mare, / alluminato e terso".
Enrico Heine, ancora sul tramonto marino: "Declinava al tramonto nel mare / il sole, gettando sull'acqua / vivi sprazzi di porpora ardente; / ed i candidi flutti lontani, / sospinti dall'alta marea, / venivan spumando frusciando / più presso, più presso...", offrendo l’idea di qualcosa che non si può fermare, come il fluire delle onde e lo stesso succedersi del giorno e della notte.
Grazia Deledda osserva "ad oriente la linea d’argento livido del mare lontano". Mare di Sardegna, come quello di Sebastiano Satta, studioso della tradizione letteraria popolare della sua terra, nelle cui rime respirano segreti di popoli lontani: "…Poi vanno lungo il risonante mare, / fra prati d’asfodèlo e per le rupi, / vanno fantasmi d’un’antica età…".
E ancora luci di tramonti nelle parole di Ippolito Nievo, descrittore efficacissimo di vividi contrasti: "e quel lontanissimo azzurro misterioso si mutò in una iride immensa e guizzolante dei colori più diversi e vivaci", o di un inatteso Folco Quilici: "L’onda avanzava gonfiandosi, viola. (…) ed intanto l'acqua si alzava adagio, verde e sottile come una lastra di cristallo e dentro vi si vedevano guizzare le ombre nere di piccoli pesci".
Gustave Flaubert, che della sua Madame Bovary dice, "non amava il mare se non in tempesta", ci lascia il colore indimenticabile di una notte marina: "Una grande luna di rame sorge dal mare, e tutto pare d’oro e di perla". Come la vivida descrizione di Italo Svevo, "nell’acqua del mare c’era disciolto dell’oro".
E sempre Svevo: "la luna non era ancora sorta, ma là, fuori, nel mare, c’era uno scintillio iridescente che pareva il sole fosse passato da poco", "e persino nel mare che ora lasciava intravedere il suo eterno movimento, baloccandosi con l’argento alla sua superficie, il colore taceva, dormiva".
Immagini piene di fascino e di vita, come questa che ci giunge da Richard Bach, autore de "Il gabbiano Jonathan Livingston": "Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato", o quest’altra di Peter Benchley: "Era da solo nell'azzurro silenzio percorso da lame di luce solare che danzavano nell'acqua". O ancora, usando parole di Francesco Perri: "… lo spettacolo splendido della marina che cantava sotto il sole, rotolando delle piccole onde schiumose alla spiaggia".
Sembra non esistere limite alla poesia e alla luce dei colori marini. Una sconosciuta poetessa, Vittoria Aganoor Pompili, in una piccola frase mostra tutto il riverbero di una giornata luminosa: "E’ mezzogiorno: balena il mare". Luce che anche Carlo Emilio Gadda sottolinea: "Mare piatto e pieno di luce/ calmo e luminoso".
Un mare che per il Pinocchio di Collodi "era tutto liscio come un cristallo da specchio". E che il grande Leopardi osserva commosso: "Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, / cui di lontan fa specchio / il mare…".
Il mare è fonte inesauribile di poesia e di emozioni. Difficile per noi por fine a questo gioco, iniziato apposta per navigare a vista negli innumerevoli mari dei poeti e dei letterati. Ci siamo diretti senza una rotta precisa nell’acqua salata di epoche e animi molto diversi tra loro, rischiando ad ogni alito di vento di sfiorare lo scoglio dell’imprecisione, le secche delle ripetizioni, gli spruzzi delle inevitabili omissioni.
Ma il colore del mare è il colore del mare, una lingua che parla dentro di noi senza mediazioni. Il miglior modo per capirla è ascoltare, in silenzio.
TU CI RACCONTI? TI VA DI INTERAGIRE? FALLO!
CLICCANDO QUI! |