2222: DIARIO CLANDESTINO
by Mad Pen
Non si è mai parlato abbastanza delle innumerevoli conseguenze derivanti dall'uso spropositato che si è fatto di sostanze radioattive in troppi procedimenti industriali e, addirittura, in alcune marmellate a basso contenuto calorico. Oggigiorno queste sostanze hanno invaso la nostra vita, si sono impadronite di essa e l'hanno trasformata in un grazioso soprammobile indonesiano.
Tutto questo potrà forse non avere un senso logico ma quando una persona si trova costretta a dover convivere con reazioni chimiche che in normali condizioni climatiche farebbero schizzare la maggiorparte degli animali domestici verso gli alti strati dell'atmosfera allora può non avere senso cercare di trovare una spiegazione logica.
Per fortuna non si hanno più normali condizioni climatiche dal 2095 quando, un'intera stagione di piogge acide fece abbandonare l'ordinaria abitudine di dividere l'anno in quattro stagioni.
Gli studiosi prevedono che tra qualche decina d'anni il sole verrà risucchiato all'interno dell'atmosfera dal buco d'ozono, trasformando la terra in un'enorme bistecchiera. Gli studiosi prevedono che al momento di questo increscioso episodio sul nostro pianeta non ci saranno più di un centinaio di abitanti, compresi i moribondi.
E' in questo stato globale di cose che mi resi conto che le mie condizioni psicofisiche stavano precipitando in un baratro oscuro di cui non scorgevo la fine se non imbottito di psicofarmaci.
Diceva un mio amico esperto di yoga per campare: "A volte la mente fa strani scherzi, soprattutto se la notte si dorme con un numero di coperte dispari"; non capivo molto la globalità del messaggio ma pensavo che fosse chiaro. In fondo, mi ripetevo, non ero altro che uno dei frutti dell'ennesima clonazione e questa mia penosa difficoltà di ragionare più di cinque minuti su una qualsiasi faccenda era comune in molti giovani della mia età.
Ogni giorno che passava come una meteora davanti ai miei occhi venati di sangue era un qualcosa di terribilmente irreale, un incubo dal quale tentavo ogni mattina di svegliarmi; la mia mente ormai oscurata non dava per certo neanche quello che vedevo con i miei occhi ed un attimo dopo non ero sicuro di quello che avevo fatto, detto; dentro di me non ero sicuro nemmeno della mia esistenza. Che fosse l'inferno?
Ma dubitavo che all'inferno avrei potuto comprarmi un paio di scarpe in cuoio così a poco prezzo.
Come dubitavo che avrei continuato a farmi simili domande per ancora molto tempo: il sole s'avvicinava sempre di più e vedere incendi era diventato normale come rigirarsi nel letto.
Ma la catastrofe tardò ad arrivare; molti morirono di crepacuore, altri carbonizzati e molti, molti altri provarono a volare via lanciandosi dai moltissimi grattacieli che non avevano ancora preso fuoco e stavano in piedi per puro miracolo.
E' inutile dire che tutti quelli che riuscirono effettivamente ad emulare Icaro si resero conto che quella grossa palla rossa non era una delle solite allucinazioni dovute alla fame. Già, perché, oltre a tutte queste sciagure, c'era anche la fame ma colpiva soprattutto i vecchi ed i bambini: quei pochi che erano riusciti a sopravvivere al caldo opprimente di ogni giorno.
Per noi altri i flagelli più incisivi erano i sempre più frequenti episodi di cannibalismo e le svariate malattie che ci colsero fisiologicamente impreparati.
C'era, però, qualcuno che aveva trovato il modo di porre rimedio ai più piccoli inconvenienti e stava cercando di risolvere il problema più grosso: la morte sicura.
Questo qualcuno non ero io ma lo conoscevo benissimo: avevamo frequentato insieme un corso di meccanica spaziale ma io abbandonai dopo un anno quando mi resi conto che non aveva niente a che vedere con la recitazione drammatica.
Questa persona era dotata di un ingegno straordinario; riusciva a risolvere ogni problema che gli si presentava davanti con la velocità di un battito di ciglia. Per non parlare delle sue facoltà extrasensoriali: riusciva ad indovinare un numero diverso da quello che pensava una persona posta di spalle; non ho mai capito come accidenti facesse ma presumevo che fosse una questione di matematica infinitesimale.
Costui, sottraendo con astuzia centinaia di scatolette di aringhe affumicate, era riuscito a costruire con esse una macchina che, come diceva lui, l'avrebbe portato lontano da quell'inferno.
Io, con fede cieca, sapevo che sarebbe riuscito a salvarsi; mi vergogno a dirlo ma tentai, invano, ogni subdola azione, comprese l'adorazione e la promessa di servitù futura, per riuscire a guadagnarmi un posto in quell'astronave. Perciò rimasi molto sorpreso, nonché lievemente ustionato, quando esplose come un bengala pochi secondi dopo l'accensione.
In quell'attimo tutto quello in cui credevo, tutti i miei ideali mi caddero addosso provocandomi qualche contusione, ma quello che più mi sconvolgeva era l'aver perso l'unico amico che mi era rimasto sulla terra; come un carosello in bianco e nero mi ritornarono in mente tutti i bei momenti trascorsi insieme a parlare di filosofia del galateo peruviano; con un'emozione tale da farmi venire le lacrime mi ricordai di quel giorno d'ordinaria fame in cui ci spartimmo amichevolmente un cane randagio.
Mi asciugai le lacrime con un brandello di canottiera del mio amico raccolto da terra come ricordo; guardai per un momento il sole poi, con paranoica certezza, m'accorsi d'essere osservato: dovevano essere maledetti cannibali. Corsi più che potei ma la fame faceva correr loro più veloci di me e, dopo essere stato accerchiato e catturato, venni portato in una casupola mezza distrutta.
Alcuni urlavano come bestie, altri continuavano a pronunciare frasi incomprensibili per me e sarei stato sicuramente trasformato in un involtino gigante se un improvviso terremoto, che tral'altro dimezzò la popolazione, non avesse disperso quella primitiva carovana.
Per la paura mi nascosi nel villino del mio amico e rimasi lì, indisturbato come un principe, per un mese poi, durante una mia fortunosa assenza atta alla ricerca di compagnia femminile, una scossa d'assestamento rase al suolo la costruzione.
Per colmo di sfortuna la mia ricerca non portò a niente di buono, se si esclude il ritrovamento di un vecchio televisore bidimensionale. E comunque, dopo essere riuscito a farlo funzionare, constatai che trasmetteva solo nauseabondi paesaggi e così l'abbandonai per la strada.
Ora la mia mente non riusciva a trovare nulla che mi potesse essere di conforto, nulla che riuscisse a darmi un senso sul perché di quella fine così assurda, sul perché proprio io; ma sapevo che questi erano interrogativi destinati a non trovare risposta.
Caddi in una disperazione profonda; stupidamente inveii contro Dio ma capii subito che la colpa era solo nostra; questa non era, come molti sciocchi credevano, una punizione Divina ma un semplice procedimento d'autodistruzione.
Mi accorsi che il sole bruciava più che mai, quella fine annunciata molti anni fa si era presentata puntuale davanti ai miei occhi ed io, incredibilmente, non riuscivo ancora a credere che fosse tutto finito. Dentro di me sentivo chiaramente che questo era l'ultimo giorno: chissà se sarei riuscito a radermi ed a rendermi un po' più presentabile.
Reso ormai cieco da quella sfera incandescente che copriva prepotentemente l'intero orizzonte come un tappo di gazzosa, continuavo a scrivere e mi chiedevo se in questo mio scrivere non fosse insita una qualche vana speranza di sopravvivenza.
Tutto questo mi ricordava la trama di un film sull'apocalisse virtuale che avevo visto da bambino ma, nonostante mi sforzassi, non rammentavo la fine. Mi vennero, invece, in mente, le parole di un mio ex compagno d'asilo: "In questo momento ho dentro me una tale energia da lasciare sbalordito mezzo mondo; quando questa verrà fuori nello stesso istante spero di non trovarmi nei paraggi".
Queste parole mi stupirono allora ed ancora adesso, sebbene io non sia mai andato all'asilo, non ne capivo il significato. Improvvisamente, folgorato da un'intuizione, guardai il mio orologio olografico e mi resi conto che era terribilmente tardi. Mi guardai attorno con circospezione poi battei le mani e scomparvi in una nuvola di borotalco.
Cinque nanosecondi dopo ero con tre meravigliose fanciulle nell'osservatorio pubblico di Giove: vedere esplodere la terra era uno spettacolo al quale non avrei mai rinunciato.
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