TAVERNA MARIA
by Carlo Dutto
“Deve essere qui vicino... la Routard potrà essere incompleta, ma non è mai imprecisa…”.
Così Ilaria interrompe quella nostra muta ricerca del luogo Mitico, uno di quei posti che Malinovski definirebbe antropologicamente “luogo di ricerca di campo”.
Il nostro lungo, itinerante viaggio nella bellezza dell’isola tutta, ci appassiona sempre più. Il sapore acre della polvere sollevata dal vento brucia le labbra e le rende secche, ragion per cui tutti e cinque parliamo il meno possibile, toccando appena con la punta della lingua i bordi quasi lacerati della bocca.
Lo avevamo letto in tre diverse guide specializzate, addirittura in una di queste era segnata come una delle dieci, imperdibili bellezze dell’isola. Il paese di Lixouri, nome da “Le Mille e una notte”, ne era la cornice, sulla costa della penisola di Livathi, a circa quaranta minuti di strada dalla pullulante Argostòli. Ne discutevamo da giorni: le due tende che segnavano la nostra divisione dal cielo stellato e dalle assordanti cicale mattutine, risuonavano la notte di domande dal punto interrogativo insoluto.
Raffaele e Claudio da giorni soffrivano di sonnambulismo acuto e del fantozziano “areazio intestinalis Putre”, a me erano toccati tic nervosi che mi portavano a smontare le tende vicine due|tre volte al giorno, provocandomi lesioni, per mano e per cric dei campeggiatori, ritenute guaribili in circa seicento sedute dal fisioterapista.
Ilaria faceva la doccia anche trenta volte al giorno, per “togliersi di dosso quella sensazione di ignoto” che la pervadeva, ma con essa si grattava via anche abbronzatura, pelle ed epidermide sottostante. Francesca si attivava, armata di un arnese a tasti con mille musichette imbecilli, chiamato Motorola, telefonando all’ACI, AISCAT, CISS, IVA, IRPEF, CGIL, DNA, ma gli sforzi erano vani: dovevamo Noi intraprendere quella sorta di viaggio iniziatico. Tutto questo ardore intellettuale ci provocava il pensiero della Taverna Maria!!!!!
La Taverna Maria ormai era per noi fonte di angelici sogni gastronomici, il più sconosciuto dei segreti di Fatima, Paradiso del Gusto forse da turista un po’ sciocco, maccheccavolo, era scritto a caratteri cubitali sulle nostre Bibbie cartacee del turista. Turista, curioso, avventuriero che in poco tempo vuole vedere tutto. Una sorta di “collezionista di luoghi e sensazioni” sempre stupito. Anche di una formica, purché sia in territorio straniero.
Cronaca grottesca, ma non per questa resa iperbolica dal suo narratore, di una serata alla Taverna Maria.
A piedi, percorriamo la stretta via principale del paese, camminando come i cinque del “Mucchio Selvaggio”. La fame ci attanaglia lo stomaco, ma più di questa può la curiosità, lontano dalle spiagge d’argilla e dagli ulivi millenari. Il rumore e il profumo del mare arrivano alternati, come se volessero farci assaporare le due sensazioni come nette, uniche. Non possiamo certo dire di riuscire a mischiarci alla folla locale: gli zainetti sulle spalle pieni di piccoli oggettini, scarpe e magliette che indossiamo sono di colori sgargianti, di quelli che ci farebbero vergognare una volta tornati dove tutti ci conoscono. Camminiamo quasi scivolando sul suolo della piazzetta resa vischiosa dalla salsedine. Tutto attorno a noi tavolini di piccole osterie, seduti canuti lupi di mare con una storia da raccontare per ogni rossa ruga sul viso. Ci studiano con rapide occhiate: saremo il loro argomento di conversazione appena girato l’angolo. Per stemperare quel senso di passività dello sguardo mi avvicino ad uno di loro, forse l’unico che non ci osservava. Con un misto di lingua locale e di italiano gli chiedo del fuoco per lightarmi una sigaretta. Costui alza gli occhi in modo stanco dal tavolino dove stava intento a giocare a Backgammon; parallelamente al suo sguardo, incontro l’odore di grappa locale, di vino resinato giovane, di legno di barca, reso agrodolce dalle centinaia di sortite giovanili in mare. Illumina i tavolini vicini accendendo il mio tabacco di multinazionale con un fiammifero che avrebbe potuto competere con una torcia a batterie alcaline e approfitto della familiarità ormai conquistata per chiedergli della Taverna Maria. Tutt’intorno all’unisono si sentono schiene che girano sulle sedie: gli avventori ci fissano per un istante e ridono, di un suono mai sentito, come se il modo di ridere fosse insito nel loro vocabolario nazionale. L’Eritreo Cazzulati del fiammifero con un sorriso misto di approvazione ed incredulità annuisce…”Ci siamo” risplende nella luce dei nostri occhi ancora semichiusi per i pomeridiani, penetranti raggi solari. Il tozzo indice del nostro prezioso informatore e tutti gli indici degli habitué intorno indicano, dietro un basso edificio con il tetto piatto, una viuzza non delle più illuminate, ma certo ricca di colori.
Attraversiamo completamente la piazza dove sono in scena balli locali per la gioia dei flash turistici. L’emozione e l’impazienza precedenti sono ora surclassate da un senso di soddisfazione quasi totale, come se non volessimo più entrare nel Luogo Mitico. Raggiungere la Taverna Maria equivale a spezzare l’idillio creatosi nelle nostre mitizzazioni.
TADAN!! Da un’ insegna, lontana dall’unico lampione, leggiamo in silenzio il nome tanto bramato, la purezza Mariana del palato.
Colori accesi, blu e bianchi, incorniciano le grandi finestre affusolate, le imponenti imposte di legno ruvido sono spalancate: ci abbracciano, come il porticato berniniano a Roma accoglie, cingendoli, i pellegrini.
Cerco di far strada ai miei compagni di viaggio, ma il mio passo simil-disinvolto tradisce la mia emozione. Entrata, sguardo d’insieme, panoramica con grandangolo: voglio sapere tutto e subito di quel luogo.
La grandezza della stanza e la pienezza di tavoli e sedie, sparsi su tutta la superficie possibile, cozzano sensibilmente con la totale assenza di persone all’interno. Viene naturale chiedersi del perché tengano le luci accese a giorno..quasi non notiamo una persona seminascosta dall’unico spazio in penombra della taverna: dietro una colonna che collega il pavimento all’alto soffitto, c’è un signore.
Mentre con un po’ di indecisione prendiamo il menù sul primo tavolino all’entrata, l’unica persona presente oltre a noi ci si rivolge dicendo qualcosa di incomprensibile. Chiediamo di alcuni piatti e come per magia il signore si alza dalla sedia. Non l’avevo notato entrando, ma era talmente stravaccato, su quella sedia malridotta dal tempo e, immagino, da numerosi e non ortodossi stravaccamenti, che non avevo ammirato la sua grandezza. Sì, perché l’uomo è veramente di grossa stazza, come pochi n’ avevamo visti finora tutti.
Si avvicina a noi grattandosi amabilmente la testa e lasciando svolazzare all’aria un ciuffo indipendentista di capelli ricci. Indossa una polo bianca, lisa e stretta: “sarà la sua preferita”, rimugino. I pantaloni lunghi scivolano su un paio di scarpe che un tempo dovevano essere dieci centimetri più alte. Cammina come chi sta provando per la prima volta i pattini da ghiaccio, tenendosi ai vari tavolini che oltrepassa, forse per bilanciare quel ciuffo di capelli che gli ha squilibrato il peso. Più si avvicina, più arretriamo noi: non è poi tanto imponente, è più il fattore-sorpresa dell’accoglienza che ci scombussola un po’. Mi è davanti..con una fulminea mossa mi sfila il menù dalla mano tremante e lo rilascia, sulla tovaglia delle guerre puniche, con un sonoro tonfo.
“Avete i souvlakia?”- mi risuona da dietro la voce diplomatica di Ilaria, che forse in quel frangente mi ha evitato di finire in mare a stomaco vuoto. “No souvlakia”- borbotta l’uomo, con una zaffata tagliente di alcool proveniente da quelle grossa labbra semichiuse e io inizio a sudare freddo.
“Taramosalata?”- insiste Claudio riparatosi dietro Raffaele.
“No Taramosalata”- e io inizio a sentire cedimenti alle gambe.
“Tsatziki?”- aggiunge Francesca con un sorriso terrorizzato.
“No tsatsiki”- e io inizio a pensare ai miei familiari che non rivedranno più il loro caro.
Ormai senza alcuna speranza di riuscire a tornare al nostro amato campeggio e io ormai ubriaco per i vapori alcolici sprigionati con le poche, ma apocalittiche parole dell’uomo, abbassiamo la testa aspettando la definitiva scure divina. D’improvviso, come svegliatosi da un torpore eterno, l’uomo, un Abatantuono degli anni di Attila, decide di farmi stramazzare al suolo parlando di una fantomatica “Fresh Moussaka”…non abbiamo neanche il tempo di decidere quale sia l’uscita di sicurezza più vicina a noi, che veniamo in massa catapultati con una manata verso un tavolo all’estremità del locale. Rapiti da A.TT.I.L.A.!
A, COME ATROCITA’!
Una volta trovata una sedia che non fosse troppo sbilenca, ci sediamo, cercando di capire dove siamo, quale forza oscura ci ha trascinato fin lì, ma soprattutto chiedendoci se chi scrive su una guida ”accolgono alla buona i clienti”, è mai stato qui o lo scrive sulla fiducia. Anche sulla fiducia ci sarebbero delle riserve.. Sul muro dietro di me campeggia un appendiabiti di legno, appesa svetta una chitarra distrutta a metà, con due corde penzoloni sopravvissute a chissà quale rissa. Sulla parete accanto, un piccolo altare con foto, sciarpe e gagliardetti di hooligans di una squadra di calcio inglese..
DOPPIA TI, COME TERREMOTO E TRAGGGEDIA!!
L’Attila-gourmet si reca in un luogo appartato, lontano da noi, un piccolo cantuccio in fondo, tutto buio..”Andrà in cantina..strano, ho chiesto solo due birre!”..accende una lampadina isolata e spunta una cucina, certo non la più amata dagli italiani. Traffica qualche minuto e ritorna con cinque piatti della fresca moussaka, sorta di Parmigiana locale. Inizialmente serve i primi due piatti, i restanti tre li scaraventa sulla tavola uno sull’altro.
Fa cenno con le dita di gradire molto una sigaretta: facciamo a gara per offrirgliela per poterci assicurare il ritorno a casa. Scelta accuratamente la sua sigaretta, si gira e sgattaiola verso il suo giornale. Si siede e aprendolo, con occhio sornione ci rivolge lo sguardo aspettando la nostra prima forchettata..
I, COME IR’DI DIO!
Un dubbio ci sorge spontaneo: ma la fantomatica Maria, che dà il nome alla taverna, chi sarà e dove sarà mai? L’arcano ci è svelato da una foto appesa al muro: una simpatica e buona vecchietta sorridente davanti alla cucina. Piccola operazione logico-mentale-paranoica: locale vuoto, assenza Maria, presenza Attila, risate di vecchietti all’osteria…conclusione:
ELLE, COME LAG’ DI SANGUE!
Tutti ci aspettiamo il finale attiliano di distruzione, e invece affondiamo le nostre forchette nella Moussaka calda fumante.
Un “MMMMHHH” generale si diffonde tra tutti noi: le melanzane sono veramente freschissime, il gusto solitamente pesante della besciamella è qui sostituito da una leggerezza dolce, le patate danno il gusto in più e le nostre forchette non vanno alla velocità supersonica della fame.
Ci gustiamo piano quella delizia angelica che tanto avevamo sognato, i nostri sguardi si incontrano al ritmo del battito del cuore, le pupille dilatate per la sorpresa. Mi coglie un imbarazzo particolare, mi mordo le labbra, “Eccezionale Veramente!” si leva dalle nostre papille gustative. Il greco ci guarda dal suo giornale, che ormai avrà letto due o tre volte. Non si accorge della nostra sincerità e ci scruta come aspettando una nostra nuova ordinazione. Amen, e così sia!
Mi dirigo verso il suo tavolino: un posacenere con sigarette di vario tipo, piccoli mozziconi di sigari che qualcun altro gli avrà offerto durante la sera.
Senza troppe gentilezze formali, che contrasterebbero con il suo genuino modo di fare, gli chiedo cinque insalate miste.
Come un vate, mi replica che un piatto basta e avanza per cinque persone, non è brusco, e i vapori alcolici del vino non sono più olezzo, sono odore, come fosse il suo personale profumo.
Si dirige con passo stanco verso la cucina, riaccende la luce, apre un frigorifero. Ne tira fuori pomodori, insalata, cetrioli, formaggio feta, li taglia sul momento, aggiungendo olio e origano.
Dal tavolo osserviamo ogni sua mossa come un’azione mitica, da raccontare al passato remoto. Divoriamo di gusto il piattone d’insalata greca e da lontano gli offriamo il nostro brindisi con le bottiglie alzate. Nessuna reazione, un sorriso, un cenno col capo, nulla: sembra indifferente.
Ma la nostra visione del tutto è virata totalmente, tutto ha un sapore diverso: il kitsch della mobilia e dei quadri sa di ruvida genuinità, anche la chitarra rotta emana sensazioni malinconiche.
Le movenze dell’uomo sono come ritmate da una musica che prima non avevamo sentito, ma che ora riecheggia nelle nostre orecchie.
Ci sentiamo come privilegiati stando dentro un locale tutto per noi, con una persona che ormai ha acceso la fiamma del fascino e di cui vorremmo condividere le gioie e le amarezze, magari con una chitarra di sottofondo.
La frustrazione del non riuscire a allacciare un’amicizia, anche di segni, svanisce con l’entrata di un signore sulla settantina.
Vestito e dal viso che l’immaginario associa al “Vecchio “ Hemingweyano, uno di quei lupi di mare da cui si vorrebbe sempre sentirsi raccontare di come sia riuscito ad affrontare il pescecane Dentuso, Ioannis è il nostro deus ex machina.
I due greci si siedono vicini, stravaccati allo stesso modo, ma Ioannis subito scambia con noi cenni d’intesa. In un attimo i due iniziano a cantare a polmoni aperti una canzone, ritmo di musichetta da bambini, ma parole, pur a noi incomprensibili, certo molto sentite.
La voce resa roca dal mare e dai sigari crea un’aurea magnetica mista di sentimento popolare, lotta per la libertà e senso di vita non frenetica, lontana dai ritmi da cui proveniamo noi cinque bravi studenti universitari.
Inizialmente ci accodiamo al canto in due, poi, in pieno climax tutti e cinque. Il tempo si distacca dalla sua continuità: diventa limbo temporale. L’esterno della Taverna non esiste, la vita è in quel canto sconosciuto e roco, la storia travagliata dell’Isola di Cefalonia riecheggia nei suoni di Ioannis. Canterebbe con il solo cuore, a bocca chiusa.
L’invasione nazi-fascista, l’amicizia con i soldati italiani della divisione “Acqui”, trucidati dopo l’8 settembre perché colpevoli di non essersi arresi alle truppe teutoniche; il terremoto del 1953, di cui ancora sono terribilmente evidenti le distruzioni.
Qui la gente che vive tutto l’anno sull’isola ha carattere di ferro, scorza dura, ha sopportato ogni isolamento possibile, ma apre sempre alla speranza. Con una melodia si cancellano dolori e amarezze e ci si avvicina all’Altro.
La scusa per poter instaurare un dialogo con Ioannis è la nostra imminente visita ad Itaca. Ci capiamo con i gesti e il greco omerico.
Salta fuori il nome di Enrico Berlinguer, poi alla spicciolata Togliatti, Bertinotti, Corelli, comandante dell’Acqui e vero eroe dell’isola.
Usciamo dalla Taverna con l’agitazione di chi non vuole che finisca una conversazione. Si chiudono le imponenti imposte, la luce della Taverna non illumina più la stradina dirimpetto. Ci congediamo chiedendo il nome al nostro benefattore culinario: Aldo.
Ora Aldo andrà in qualche osteria con i soldi della nostra cena, vivere alla giornata è la vera libertà, glielo si legge negli occhi.
“Ciao Carlo Marx”- mi saluta da lontano.
“ Arrivederci e Kalinicta, Aldo”
Sentiamo nel nostro intimo di aver vissuto veramente l’isola, di averla assaporata, sorseggiata, centellinata come il più buono dei vini.
L’ambrosia doveva avere questo sapore, difficile averne la ricetta, ma unica nella sua naturale squisitezza.
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