HO MANGIATO CON ROBSON
by Carlo Dutto
I pasti nell’Ospedale di Mutoko vengono distribuiti due volte al giorno. Non abbastanza per i malati, mai abbastanza proteine, carboidrati, grassi, fibre. Da noi, profusa abbondanza di diete controllate, bilanciate, misurate, personalizzate.
In un ospedale di un villaggio sperduto dello Zimbabwe, la dieta è unica. Come unica è la disperazione.
Robson accoglie la mia entrata, nella stanza del reparto numero 4, con un sorriso. Grande a modo suo. Sul labbro superiore svetta un grosso herpes violaceo, della grandezza di una prugna.
Gli riesce difficile allargare le labbra per sorridere o parlare. Ma sorride lo stesso al ragazzo dalla pelle bianca che da qualche giorno lo viene a trovare. Le palpebre calate sugli occhi rendono il suo sguardo spento, ma è la malattia, maledetta ospite del suo fragile corpo, che sopprime la vita in Robson.
Ha nove anni, nessun genitore vivo da cui ricevere sollievo alla sofferenza. La sorella dorme su una coperta di lana, ha trovato riparo proprio vicino al fisico dolore del fratellino, divenuto adulto troppo presto. Mi siedo sul letto dove il mio giovane amico vive da lunghi mesi. Le fredde sbarre di ferro rese brune dalla ruggine ingabbiano il corpo e l’anima. Perimetro chiuso della vita di Robson. Gli porgo una caramella. Le sue mani si muovono piano, come al rallentatore. Ne vedo le ossa. Gli scarto io la caramella, sotto gli occhi interessati di Sarzoi, Edith, Emeldah, Tapiwa : bambini dal futuro negato che vagano come fantasmi per i corridoi. “Ce n’è per tutti!- gli dico mostrando la mia giacchettina da fotografo con tante tasche e tasconi stracolme di caramelle.
Si sente da lontano un forte grido e tutti coloro che ne hanno le forze scendono dai letti tenendo in mano i piatti e le tazze di plastica.
E’ arrivato il carrettino del pranzo dalle cucine e in un attimo davanti ad esso si forma una fila lunghissima e ordinata. Ma soprattutto silenziosa. Di un silenzio agghiacciante.
La cuoca, dispensatrice di cibo, tiene in mano un grosso mestolo e distribuisce le porzioni nei piatti, mentre una seconda aiutante versa un po’ di latte nelle tazze verdi, rosse, gialle, blu. Si sente il solo rumore del mestolo che raschia il grosso pentolone.
Le infermiere si occupano di chi non può alzarsi. Prendo io la porzione per Robson: mi viene messo nel piatto il cibo “nazionale”e unico dello Zimbabwe: il Sadza. E’ in tutto e per tutto polenta gialla. Intorno alcuni ciuffi di spinaci bolliti.
Torno al reparto 4. Robson vive con l’ago per la flebo nel braccio e per il dolore non riesce a stare sdraiato. Se ne sta rannicchiato su se stesso ai piedi del letto e respira a fatica, emettendo sibili continui. Neppure la fame lo fa alzare dalla innaturale posizione che deve adottare. Ma non vuole essere aiutato a mangiare.
Gli lavo le mani con una salviettina. Poso il piatto fumante sulla coperta e una mano lentamente prende un pezzo di sadza dal piatto. Robson non lo porta alla bocca, ma lo porge a me.
A me, che posso mangiare ogni qualvolta abbia fame, a me, che faccio colazione la mattina e ceno sorridente la sera con i miei genitori.
Mi guarda negli occhi come ad implorarmi di accompagnarlo nel pasto. Accetto dalla sua mano il prezioso regalo, con un sorriso che nasconde le lacrime che iniziano a solcare le mie gote. Aspetto che anche lui abbia iniziato a masticare: il sadza non ha sale, non ha sapore alcuno, gli spinaci anche, ma cosa importa: assaporo il gusto di un dono dal valore inestimabile. Ci guardiamo in silenzio, comunichiamo con gli occhi. Il sadza è la mia ambrosia. Mi vergogno intimamente della mia vita fortunata.!
Sono seduto sul ciglio di un letto d’ospedale dove i bambini muoiono di Aids e io mi sento in colpa. Gli altri bambini, seduti ordinatamente sui letti, vedendomi mangiare come loro con le mani, ridono e si sorprendono. Tutti vorrebbero imboccarmi. Le distanze sono azzerate. Il silenzio del sacro pasto è per un attimo rotto e anche Robson sorride con gli occhi. I sei letti del reparto 4 risuonano di un incontro tra due mondi differenti, lontani migliaia di chilometri, eppure ora intimamente vicini. I piatti sono vuoti, nulla dentro è rimasto. Il latte viene bevuto con foga e rimangono loro i baffetti bianchi. In tutto il pianeta ai bambini rimangono i baffetti bianchi dopo aver bevuto del latte. Robson beve a piccoli sorsi, non centellina, si sfama.
Robson morirà tra gli stenti all’alba del 25 luglio. Ora il suo letto è vuoto, rimangono le lise lenzuola e un piatto di plastica verde.
La luce del caldo sole penetra da alcune finestrelle dall’alto e si proietta sulle fredde mura azzurrine, che cingono il reparto dei bambini sieropositivi. Corpi vivi si trascinano scalzi per i pavimenti di cemento grigio. Ora sono cadaveri che camminano, identità umane mescolate e non più uniche. Un’unica umanità, disperata, effetto del grande morbo che tutto annienta.
Non respiro il neutro, anonimo disinfettante d’ospedale, ma un odore forte, penetrante, solido.
Il fortore del vino inacidito. L’olezzo della morte. Lamenti umani, sibili, echi che rendono ogni tutto inutile, ogni verità insensata. Cosa è più utile e vera della vita stessa?
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