CAVE
by valeria alinovi

Tacciono, finalmente, le macchine.
Dalla collina appena sventrata un rivolo di sangue.
Nel cielo giallo di polvere nuvole cupe invadono paesi campagne piombano giù si mischiano alla terra secca. Dove la collina non è esplosa, dove non sono arrivate le perforatrici e le gru è arrivato il fuoco, dalla macchia agli ulivi su su fino ai castagni, e la cenere s'è sparsa fin dentro le case.
Vituccia e Giuseppina sono nate in una di queste case, di pietra e gesso.
Vituccia ha quattordici anni, la pelle indurita dal sole e grandi occhi a mandorla, neri.
Giuseppina ha dodici anni, è ammalata dalla nascita e Vituccia ha cominciato subito a star dietro a questa sorella sfortunata, che non può far niente, sembra chiusa in un guscio e non sa nemmeno dire il suo nome.
Certe volte, all'improvviso, Giuseppina comincia a tremare, piano, poi sempre più forte più forte gli occhi si fanno bianchi allora Vituccia stringe a sé la sorella la tiene calda la copre col suo corpo ma l'altra si butta a terra si strappa i capelli schiuma dalla bocca grida come il maiale prima di essere sgozzato e a Vituccia vengono i brividi.
Allora la madre afferra un grosso ramo nodoso che tiene sulla soglia si precipita su Giuseppina e gliele suona di santa ragione, così quando il padre torna dalla cava tutto sarà a posto e potranno mettersi a tavola. Vituccia, raggomitolata in un angolo del camino - l'unico, in paese, con la bocca tanto grossa che ci può star dentro una famiglia intera - spia la madre attraverso le mani schiacciate contro la faccia.
Un'ombra nera s'innalza sul muro lo ingoia.
L'ombra di una strega.
Nel crepitio delle fiamme la strega infierisce sopra una figuretta che schizza qua e là come un grillo impazzito.
A un tratto, le grida si acquietano.
Vituccia si avvicina carponi alla sorella, e la madre - percorsa da un'ultima scossa - si torce lungo il ramo e piange.
Un pianto senza lacrime, che non fa rumore. Un velo antico, nero come una maledizione: di due figlie femmine che ha voluto darle il Cielo, una capra selvatica che non potrà mai trovare marito.
Vituccia non capisce perché, dopo le botte, la madre piange. Forse pure lei sente nelle ossa i nodi del bastone e sulla pelle i tizzoni infuocati.
Giuseppina resta così, avvinghiata alla terra, la faccia nella polvere, e Vituccia non osa toccarla per paura che sia morta.
Invece, alla fine, la sorella si tira su, strofina le mani sugli occhi e va via, zoppicante.
Nessuno - neanche Vituccia - capirebbe ciò che si agita nel suo animo confuso e smarrito.
Raggiunta la campagna, la bambina si butta in ginocchio. Guarda ciò che resta delle colline. Le sue colline.
Monconi di roccia sanguinante.
Bocche spalancate senza voce.
Tanto tempo fa diventavano gonfie di pioggia, mandavano un buon odore e lei d'incanto non sentiva più male. Poi si coprivano di neve, e tutto era bianco. Cielo e colline potevano baciarsi. E poi arrivava il sole caldo che faceva spuntare l'erba. Giuseppina si arrampicava quasi fino in cima, e con il cuore in gola si lasciava rotolare in quel verde che graffiava la schiena e i ginocchi, e quando tornava a casa tutta nera di terra con le spine dei rovi ancora impigliate nei capelli sbucciata dalla testa ai piedi la madre supplicava il buon Dio di darle la forza per sopportare quella croce.
Adesso, Giuseppina scruta il massacro.
E trema e le scosse la percuotono fin dentro l'anima, come nessun bastone riuscirebbe a fare. Le sue colline non ci sono più... le hanno portate via... non torneranno.. Le hanno portate via gli uomini con le macchine.
Ha visto tutto, Giuseppina.
La macchina affonda nel terreno denti d'argento lunghi e affilati, e quando i denti arrivano al cuore lei lo sa, perché la collina urla sanguina e il cielo si copre di polvere nera.
Giuseppina pensa che sono così le nuvole dell'Infemo.


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