CARL
by Federico Guglielmi

Carl tossiva così forte da coprire la voce del cronista che pareva davvero preoccupato per il caro petrolio. Scatarrò un paio di volte alla ricerca di un respiro normale, ma anni di sigari di pessima fattura gli avevano rovinato il carburatore. La sua lunga sagoma si stendeva abbandonata in un letto che non conosceva lenzuola pulite da un bel po’, ed il sole insistente visitatore di lunghe giornate era puntualmente mandato al diavolo da due imposte perennemente chiuse.
Faceva davvero caldo; un caldo secco e afoso che rendeva il respiro di Carl ancora più difficile, cercava di spostare la sua enorme mole su di un fianco così da potersi rinfrescare un po’ la schiena madida di sudore, ma il suo movimento era un’agonia accompagnata da rantoli pietosi.
Math lo guardava con i suoi occhi bui come la notte, in un misto di dolore e compassione; in fondo era suo padre e per natura gli era precluso odiarlo, e poi l’unico motivo per odiarlo sarebbe stato quello di aver venduto la casa in cui era cresciuto, ma insomma era chiaro anche a lui che come motivo non reggeva, forse era più giusto accettare che ce l’aveva con lui perché era diventato vecchio, perché le forze gli mancavano, perché non era più in grado di alzare un pacco anche solo per spostarlo di un metro.
Aveva cominciato ad avercela con lui quando per la prima volta gli aveva dato 10 metri in una corsa, e lì si rese conto che il padre era solo un uomo e come tale sarebbe invecchiato e morto; già, morto.
Erano le 3 del pomeriggio, di un assolato pomeriggio estivo, con le pareti che sudavano come vecchi asini da soma, i due se ne stavano ciascuno nella propria differente angoscia, mentre il teatro nel quale si muovevano pareva sospeso nell’attesa di una visita; la aspettavano entrambi, ed entrambi non si curavano di celare l’ansia che ciò gli ingenerava.
Alle 4 Carl buttò giù 2 pillole rosse accompagnate da un sorso di birra, o meglio buttò giù una birra accompagnata da due innocue pillole, e Math con gli occhi bassi si limitò ad imprecare qualche dio sempre troppo lontano, o troppo sordo.
Ancora guardavano la porta, poi la finestra, fissavano il telefono… Carl sul letto e Math in poltrona.
-Passami un fazzoletto figliolo-
Math aprì un cassetto ne tirò fuori un fazzoletto bianco e lo porse al padre senza dire nulla, per non rovinare l’attesa; questi si deterse il sudore e sprofondò in un sonno greve.
Fu solo alle 8 che la scala dell’edificio annunciò col suo scricchiolare un visitatore.
Carl aprì appena gli occhi fingendo di dormire ancora, convinto che questo potesse risparmiargli i fastidi. Math invece, come un indiano navigato, poggiò l’orecchio a terra per sentire meglio i passi provenienti dall’esterno.
Un vento freddo figlio di un’altra stagione fece scricchiolare la porta, Math si alzò in piedi e, con la sua andatura dinoccolata, andò incontro all’ospite.
-Pare sia ora- pensò
-Pare di si- gli rispose col solo movimento degli occhi il padre.
-Carl Rastin giusto? Esordì sbrigativo il visitatore.
-Sta riposando- disse Math,
-non è un problema, per un vecchio amico si sveglierà-
Carl capì che non era il caso di continuare col suo bluff, a fatica si mise a sedere sul letto e dopo aver scatarrato un paio di volte disse:
-Math, vai a prendermi dell’acqua fresca per favore-
Il ragazzo si allontanò lasciando il padre e l’ospite a scrutarsi come due vecchi pistoleri ormai stanchi.
-Ne hai fatta di strada Carl, non credevo ti avrei trovato, ma poi mi sono detto: e dai, sei il miglior scovatore di bastardi del mondo! Ed eccomi qui-
-Bravo- fece Carl senza convinzione
-E’ tuo figlio quello vero?-
-Non sei qui per lui , giusto?-
-Pare di no, anche se sai com’è, lui vale un bel po’ più di te, e pesa la metà- disse ridendo
-Va al diavolo-
-non dici niente di nuovo- e rise ancora.
Math rimase in cucina, sapeva che volevano restare soli, e poi nemmeno aveva voglia di stare a sentire le chiacchiere di due vecchi conoscenti; continuò a fissare l’acqua che scorreva dal rubinetto e a contarsi le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte.
-Ci conosciamo da un pezzo Carl, e vorrei venirti incontro, sei ridotto uno straccio e sai bene che io potrei aiutarti, ma devi essere ragionevole-
-cosa vuoi in cambio?- disse l’uomo
-lo sai Carl, lo sai, sono solo affari e poi già mi desti la madre del ragazzo, dovresti conscermi….-
-piantala, fai quello che devi fare e lasciami in pace-
-il tuo humour mi fa impazzire, lo sai vero? Allora facciamo così, ora io mi metto a sedere lì, accendo la Tv, guardo un po’ la partita e butto giù un goccio, tu ci pensi, vedrai che non è difficile- e con uno strano ghigno sul viso si lasciò cadere sulla poltrona.
Carl sentiva il calore farsi più pressante e le povere ossa gli dolevano fino a fargli pensare che si sarebbero sgretolate.
Aveva voglia di alzarsi dal letto e andare nel parco e guardare la vita svolgersi negli occhi dei passanti, ma giaceva in quel letto da così tanto tempo che l’unica cosa che conosceva era il suo stomaco gonfio di medicine e birra.
Passò un’ora ed il cronista stava tirando le fila di una partita senza storia, Carl era ora steso nel letto, il visitatore lo interrogò con i suoi occhi di vetro, Carl rispose volgendo lo sguardo in alto. Il visitatore sorrise aggiungendo: - ragionevole-
-Math la mia acqua, urlò con voce ora chiara e libera da affanni-
Il ragazzo prese il bicchiere, verso l’acqua e si accertò che fosse fredda.
Entando nel salone vide Carl in piedi, il bicchiere gli cadde di mano e la mano con tutto il resto si afflosciò sul pavimento; il visitatore prese il ragazzo in braccio e Carl con gli occhi bassi aprì la porta dalla quale i due uscirono.
-Ragionevole Carl, sei stato davvero ragionevole, ma ora niente più affari tra noi, niente più, goditi la vita- e scoppiò in una risata.
Carl tornando a stendersi sul letto, sentì meno caldo, la sera aveva portato un po’ di fresco.
Era l’ora delle pillole verdi, ma non ne sentiva il bisogno.
Si cambiò la maglietta ed indossò un paio di pantaloni leggeri, al parco la gente ancora si scambiava chiacchiere, li avrebbe visti e avrebbe respirato come si deve, Math avrebbe capito, e di certo non l’avrebbe più odiato: ora lui era forte, ora era di nuovo in grado di correre 100 metri in maniera dignitosa.
-Math, ora mi vorrà di nuovo bene- e scacciando il pianto si convinse che fosse vero…


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