METAF
by Federico Guglielmi
L’ultima cosa che le dissi era che per me non valeva niente!
La lasciai da sola a riflettere sulla nostra discussione, mentre il vino produceva ancora sterili bollicine nei bicchieri.
Feci ricorso a tutta la mia forza, o forse a tutta la mia stupidità per non piangere, ammesso che ne fossi stato ancora in grado.
Pareva che dagli altri tavoli tutti avessero sentito quel temporale di parole e dolore, e mi sentì osservato, il cameriere divenne bianco come la camicia che indossava, ed io mi senti colpevole anche del suo sgomento.
Non mi guardava lo sapevo, non sentivo i suoi occhi seguirmi, non piangeva…non si disperava; e ad ogni passo la mia coscienza si faceva più flebile, anche l’ardore e l’arroganza di prima si stavano trasformando in null’altro che la fiamma morente di un cerino…
Lei continuava ad avere il viso rilassato, anche se non la vedevo, e avrebbe continuato a inventarsi giorni, a svegliarsi, a cucinare, a lavorare e ad uscire e a fare tutte le maledette cose che aveva sempre fatto.
Sarebbe rimasta in piedi. Nonostante tutto.
Io pensavo alla cravatta del mattino che da solo non sapevo annodare, ai dischi che di notte mettevo su “per rendere il sonno una culla”, pensavo ad un universo dal quale mi stavo allontanando senza un degno congedarmi.
La odiavo; la odiavo con la rabbia di un bambino deluso, ma con l’ostinazione di uno scommettitore perdente continuavo a ripescarla in ogni istante speso assieme.
Non vedevo alcuna uscita, quel posto era diventato un labirinto, urtai contro un tavolo facendo cadere una bottiglia di vino rosso che gocciolò lenta sul pavimento, chiesi scusa per bocca altrui e subito pensai: ora si sarà girata, ora mi starà guardando.
Dalla vetrata che dava sulla strada vidi un vento rossiccio dipingere con schizzi sabbiosi le macchine, mi assalì la paura di trovarmi lì fuori da solo, solo con il peso di mille giorni incompresi; solo con il rancore che avevo dentro.
Urlare, urlare, spaccare il tempo e lo spazio con la voce, solo questo volevo, e dire a tutti che lì a quel tavolo ero stato tradito ed avevo tradito, che lì davanti a quel vino avevo offeso ed ero stato offeso, ma era tardi, e la mia voce muta. L’unica cosa che riuscì a fare fu dare un colpo col piede alla cassa che mi stava portando fuori tra gli sguardi sgomenti degli astanti, non avevo più occhi per vedere, eppure lo sapevo: lei era ancora lì, bella e misteriosa come solo lei, la Vita, sa essere.
Ho solo un rimpianto, averle detto che non valeva un granchè.
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