DOPO MEZZANOTTE
by Irene Gonzalez

- Hai paura della morte?
- Rimasi in silenzio, non risposi subito.
- Hai paura della morte, Frederick?
- Non lo so - le dissi.

A quel tempo ero un bel ragazzo, alto, magro, capelli biondo cenere e grandi occhi color nocciola.
Abitavo a Drvar, una cittadina di confine tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia, in un vecchio palazzo di quattro piani. Al secondo c’era il nostro appartamento, due camere da letto e una cucina-soggiorno dove vivevo con mia madre, mia sorella Anja, di un anno più grande, e mio fratello Lindi, un bimbo biondo e paffuto di tre anni.
Mio padre, partito per la guerra due anni prima, non era più tornato.
Qualcuno aveva detto che era morto in uno scontro con i soldati serbi a Sarajevo.
Me lo ricordavo abbastanza bene. Del resto avevo già quindici anni quando l’avevo visto per l’ultima volta alla stazione di Drvar.
Forse avrei voluto che mi dicesse cose del tipo “Bada alla mamma e ai tuoi fratelli” o “Ora sei tu l’uomo di casa”, come succedeva nelle telenovelas che mia madre guardava la sera dopo aver messo a letto Lindi. Forse così il distacco sarebbe stato più freddo e meno doloroso. E invece Dimitrij, dopo aver abbracciato la mamma, Anja e il piccolo Lindi che lo guardava sconcertato, mi strinse forte a sé, sussurrandomi all’orecchio solo una frase:- Ti voglio bene.-
Dopo la morte di mio padre, mia madre dovette cominciare a lavorare e, mentre io continuavo a frequentare il liceo, Anja restava a casa con Lindi. Si avvicinava il 1993, le bombe serbe continuavano a devastare la Bosnia, anche se a Drvar delle bombe arrivava solo un’eco lontana.
L’oppressione del conflitto si faceva sentire ogni giorno di più e l’odio, il razzismo e l’ostinata manìa di sopraffare i propri simili diventavano sempre più solo un ricordo rabbioso soffocato dal boato delle bombe.
A scuola eravamo rimasti in pochi ma quando ci salutammo per le vacanze di Natale sentivamo che nessuno di noi sarebbe tornato a sedersi in quei banchi.
Trascorremmo il Natale senza particolari cerimonie, senza parenti, senza amici, senza regali se non un pupazzetto di gomma per Lindi che Anja era riuscita a trovare al mercato nero.
Per Capodanno ci saremmo uniti agli altri inquilini del palazzo, per mangiare e poi per accendere quei pochi fuochi d’artificio che giacevano gelosamente conservati in cantina.
Nel palazzo vivevano sei famiglie, compresa la mia, che abitavano i primi tre piani.
Al pianterreno c’era la minuscola stanzetta del portiere, Vyslav Andronovic, un vecchietto che non faceva altro che leggere gli stessi libri gialli da più di sessant’anni. Non si era mai sposato anche se qualche anno prima aveva avuto una tenera storia d’amore con la vecchia signora Vassilissa, che viveva con una delle famiglie che allora abitavano il quarto piano e che dopo due soli giorni di passione si spense davanti al suo televisore.
Al primo piano abitavano la signora Murom e il figlio tredicenne Iljuska, un ragazzino troppo vivace per sua madre che, abbandonata dal marito due anni dopo la nascita del figlio, aveva preferito affidarlo alle cure di un cane randagio raccolto una sera per caso, che da allora si era trasformato in una efficientissima balia, oltre che nel migliore amico di Iljuska.
Nell’altro appartamento viveva una famiglia di Italiani: Giuseppe Rovesi, scuro e molto autoritario, e sua moglie Maddalena, bellissima, alta, bruna e selvaggia una donna eccezionalmente forte, che aveva messo al mondo sei figli sani e robusti e che abbassava gli occhi solo davanti al marito.
Ricordo che rimanevo sempre incantato a guardarla quando passava per la strada portandosi dietro i suoi rumorosi figli: teneva per mano Tommaso, un piccino dell’età di mio fratello, e portava in braccio Anita, di solo pochi mesi. Tutti gli altri le stavano attorno, correvano, saltavano, gridavano e litigavano. E lei così immensa. Così intensa da stregare tutti noi ragazzi.
Al secondo piano abitavano i Karasciarov, Vasilij e la seconda moglie Tatjana, che avevano due gemelli di otto anni, Ivanuska e Alenuska, che non smettevano mai di litigare per un nonnulla.
Al terzo piano abitava Teresicka Nikitic con sua madre Tesla. Teresicka era il mio migliore amico, le nostre famiglie si conoscevano da prima che noi nascessimo. Era di qualche mese più grande di me e anche lui era rimasto orfano. Suo padre Goran era morto insieme al mio. Ricordo che quando ci arrivò la notizia uscimmo dal palazzo, camminammo fino al fiume e rimanemmo seduti lì, in silenzio. Poi a un tratto, quando vide che piangevo, si alzò, fece alzare anche me e cominciò a urlare, a urlare forte, contro il fiume, contro l’altra riva e urlava forte, urlava, urlava anche a me di urlare, di gridare, e allora lo feci, urlai anch’io, gridai forte, perché mio padre potesse sentire che urlavo. Ce ne rimanemmo così, a urlare tutta la nostra rabbia, tutto il nostro dolore, finché dentro di noi non ci fu altro che il vuoto.
Restammo qualche altro minuto in piedi, a riprendere fiato, poi Teresicka si voltò verso di me e mi disse:- Sarà meglio tornare a casa, è tardi.-
L’appartamento vicino a quello del mio amico apparteneva a una famiglia che solo da poco tempo era arrivata nel palazzo, qualcuno mi disse che venivano da Sarajevo e che erano riusciti a trasferirsi poco prima che iniziasse la guerra.
Era una famiglia senza genitori: Paracha Dolmat era morta di parto e di suo marito Danila si era persa ogni traccia poco dopo che era partito per la guerra, per cui i più grandi si erano assunti la responsabilità di accudire i piccoli. Non ricordo i nomi degli ultimi quattro, né di preciso la loro età, ma ricordo bene i primi due, quelli a cui il destino aveva assegnato il ruolo di genitori: Andriy e Jasmine.
Andriy era un ragazzo alto, biondo e pallido, di poche parole, un giovane inquieto che non aveva ancora diciotto anni e che era ben intenzionato, non appena avesse raggiunto la maggiore età, ad andare a cercare suo padre.
La sorella era molto diversa da lui, una sedicenne di media statura che aveva un viso molto grazioso, una rotonda e morbida pesca rosata in cui spiccavano due occhi timidi e sereni dello stesso colore dei capelli sottili, di un castano chiarissimo.
L’avevo notata in un paio di occasioni. Prima che suo padre partisse ogni tanto veniva a scuola, la vedevo nei corridoi, ma mi ero detto che, sebbene fosse piuttosto carina, non era il mio tipo: troppo angelica, troppo delicata, troppo lontana dal mondo di noi ragazzi.
Teresicka la prendeva in giro di nascosto ma in realtà Jasmine gli piaceva molto, e anche se lui continuava a negare io lo sapevo bene: ero o no il suo migliore amico?
Al quarto piano non abitava più nessuno da molto tempo, si mormorava fosse stregato.
Non so quanto di vero ci fosse in quelle storie di fantasmi e vecchie stregonerie, ma effettivamente il quarto piano non rimaneva mai abitato per più di qualche settimana.
Quando io e Teresicka eravamo bambini, salivamo spesso lassù per esplorare quei due misteriosi appartamenti: ci appostavamo vicino alle scale con una piccola pila elettrica in mano, ci avvicinavamo piano alle due porte; a volte, grazie all’impavido coraggio di Teresicka, arrivavamo perfino ad aprirle e poi, immaginando chissà quali creature spaventose, scappavamo terrorizzati al primo scricchiolìo e ci andavamo a rifugiare davanti all’appartamento dei Nikitic, dove Tesla ci prendeva in giro e poi ci dava le sue infallibili “pasticche del coraggio”, che in realtà non erano altro che dolcissime caramelle al miele.
Eravamo insomma un piccolo mondo. Forse una piccola utopia, dove gente diversa riusciva a vivere insieme senza odi assurdi e violenze ingiustificate, nel rispetto reciproco e nella cortesia.
Ma forse era solo il fatto di condividere una sorte avversa che ci rendeva così solidali gli uni con gli altri.
Be’, comunque stessero le cose, decidemmo di comune accordo di festeggiare insieme l’ultima notte di quello sfortunato anno. Come sempre noi saremmo andati a mangiare dai Nikitic, che avevano un appartamento un po’ più grande del nostro, e poi ci saremmo riuniti con tutti gli altri inquilini per farci gli auguri e restare insieme a sparare i fuochi di mezzanotte.
Vasilij e Tatjana avevano invitato a casa loro la signora Murom con il figlio e Vjslav Andronovic, che non avevano nessuno con cui festeggiare, mentre i Rovesi avrebbero ospitato Andrij e Jasmine con tutti i loro fratelli, che assieme a quelle sei pesti italiane avrebbero formato davvero una bella squadra per vivacizzare la serata.
La cena passò velocemente, un po’ perché Teresicka ci fece ridere tutti con le sue storielle, un po’ perché non c’era molto cibo da gustare.
Verso le dieci e mezza uscimmo sul pianerottolo e ci affacciammo sulle scale: le porte erano ancora tutte chiuse, tranne quella dei Rovesi al primo piano, da cui provenivano schiamazzi e risate, e da cui ogni tanto si vedeva qualche bambino uscire fuori e correre felice per il pianerottolo.
Alle undici uscimmo e ci fermammo fuori al palazzo. All’inizio c’eravamo solo noi, ma dopo un po’ arrivarono anche tutti gli altri, prima i Murom e i Karasciarov, poi Maddalena e il marito con tutti i loro bambini al seguito e infine Andrij e Jasmine e i loro quattro fratelli accompagnati da Vyslav Andronovic, che prima di uscire aveva dovuto svolgere i suoi impegnativi compiti di portiere.
Era una bella notte, non faceva freddo e si riusciva a vedere qualche timida stella. Rimanemmo tutti lì, un po’ infreddoliti, a parlare, a ricordare il passato, a sperare per il futuro, desiderando in silenzio che il nuovo anno portasse un po’ di tranquillità a quel paese devastato.
Fu una notte di silenziosa preghiera, di mani giunte, di occhi umidi rivolti in alto verso qualcuno o qualcosa che potesse mettere fine a quelle eterne sofferenze.
Era ormai quasi mezzanotte e qualcuno doveva andare a prendere i fuochi d’artificio.
Mia madre voleva mandare me e Teresicka, ma il mio amico non volle venire con me. Stavo per rassegnarmi ad andarci da solo, quando alle mie spalle sentii la voce di Jasmine.
- Posso accompagnarti io, è quasi mezzanotte e se non ci sbrighiamo ci perdiamo i fuochi; in due facciamo prima.-
Rimasi un po’ sorpreso, mi era capitato di rado di sentirla parlare e dovevo riconoscere che aveva proprio una bella voce. Senza starci troppo a pensare le risposi:- D’accordo, vieni, facciamo presto.-
Gli altri si erano avviati un po’ più avanti, volevano risalire la strada per vedere meglio i fuochi. Noi due ritornammo verso il palazzo a passo svelto, volevamo raggiungerli prima di mezzanotte. Arrivati, scendemmo nella cantina che il portiere aveva lasciato aperta solo per quella notte.. Dovemmo lasciare la porta aperta per far entrare la luce dall’ingresso, visto che laggiù non arrivava l’impianto elettrico.
- Ma dove li ha nascosti quel portiere da strapazzo? L’altra volta li avevo visti qui, proprio vicino a questa cassetta.- dissi un po’ seccato.
Cominciammo a cercarli e dopo pochi attimi li trovammo: erano dentro una nicchia orizzontale scavata nella parete, uno dei nascondigli preferiti di noi bambini quando giocavamo a nasconderci.
Li presi in mano e guardai Jasmine che mi sorrise dicendomi:- Ora abbiamo i fuochi, possiamo andare.-
Le sorrisi a mia volta e pensai che era proprio graziosa quando sorrideva in quel modo. Volevamo andarcene, ma all’improvviso, prima che potessimo muoverci, sentimmo un rombo enorme, e qualche secondo dopo un fischio acutissimo.
Ancora oggi non so di preciso cosa accadde, non so cosa scattò nella mia testa e mi spinse a gettare i fuochi, ad afferrare Jasmine, a gettarmi con lei dentro la nicchia. Qualunque cosa fosse, per quella notte ci salvò entrambi.

Mentre noi ci allontanavamo, tutti gli altri si dirigevano verso la piazzetta vicina, da dove si sarebbero visti meglio i fuochi d’artificio.
Non erano ancora arrivati, quando sentirono un rumore fortissimo, un boato seguito da un lunghissimo fischio. Non capirono subito cosa stesse succedendo; poi videro palazzi in fiamme, gente che urlava disperata e compresero.
L’ultima notte del 1992 i serbi bombardarono Drvar, una piccola e tranquilla cittadina bosniaca al confine con la Croazia. La metà degli abitanti rimase uccisa; molti altri furono mutilati o gravemente feriti dalle bombe.
Quella notte fu terribilmente lunga.
Blerta, mia madre, riuscì a mettersi in salvo rifugiandosi con i figli sotto un largo e solido porticato che fu risparmiato dalle bombe. Dopo un po’ di tempo i tre sopravvissuti videro arrivare una persona che portava con sé delle piccole figurine: era Andrij con i fratellini. Blerta gli andò incontro e li fece riparare sotto l’ampio porticato.
- Quei bastardi serbi ci hanno bombardato l’ultima notte dell’anno!- disse con rabbia Andrij. Blerta lo guardò con un misto di compassione e severità:- A questo penserai dopo. Non ha importanza adesso.- disse.
Improvvisamente Andrij balzò in piedi.
- Jasmine! Era tornata indietro a prendere i fuochi! Devo trovarla!- gridò uscendo. Blerta tentò di fermarlo dicendogli che era troppo pericoloso uscire ora, che era meglio aspettare prima di andare a cercare lei e me, che se fosse rimasto ucciso i suoi fratelli sarebbero rimasti soli, ma Andrij stava già scomparendo nel fumo dei palazzi bruciati. Fece appena in tempo a sentirgli dire di occuparsi dei suoi fratelli fino a quando non fosse tornato con noi due, prima di perderlo di vista.
Andrij vagò disperato per più di un’ora in cerca della sorella, sperando che fosse sfuggita al bombardamento. Non aveva la minima idea di dove potesse essere. Quando avevano cominciato a cadere le bombe lui era riuscito a proteggere tutti i suoi fratelli, ma nel panico generale non aveva pensato a Jasmine, dimenticandosi che si era allontanata da loro.
La cercò dappertutto, ma non riuscì a trovarla. Quando arrivò al palazzo non vide che un cumulo immenso di macerie. Chiamò Jasmine con tutta la voce che aveva, ma il rombo degli aerei che ancora oscuravano il cielo era troppo forte.
Tornato indietro, un’altra improvvisa esplosione lo scaraventò contro un muro, lasciandolo stordito per qualche minuto. Quando si riprese vide fumo e polvere attorno a lui; si rialzò, ma inciampò nel corpo di un uomo.
Si chinò verso quella figura impolverata schiacciata dai massi e mentre cercava di farla rialzare la riconobbe: era Vyslav Andronovic. Andrij cercò in lui qualche segnale di vita e riuscì a sentire sul petto del vecchio un debole battito. Senza perdere tempo il ragazzo se lo caricò in spalla e lo portò faticosamente fino al porticato dove erano rifugiati gli altri. Durante il tragitto lo sentì lamentarsi, qualche gemito angoscioso da quel povero vecchio spezzato; infine giunse al riparo.
- Li ho cercati, ma del palazzo non è rimasto quasi nulla. Può darsi che siano riusciti a salvarsi in tempo, proverò a cercarli verso la chiesa. È là che stavo andando quando ho trovato lui - disse Andrij depositando il vecchio a terra. - Credo che abbia tutte le ossa rotte. Vedete cosa potete fare, io torno a cercarli.-
- Non puoi tornare là fuori, sei ferito e rischi di finire ucciso!- lo implorarono, ma lui non la ascoltò e uscì di nuovo in mezzo alla città distrutta.
Continuò a vagare in cerca della sorella, ma non vedeva altro che cenere, fumo, palazzi distrutti o in fiamme; la chiamava disperatamente, ma non sentiva altro che urla e pianti ancora sovrastati da quel rombo tremendo.
Poi nel fumo vide un uomo con dei bambini in braccio: era Giuseppe Rovesi con tre dei suoi figli; uno era gravemente ferito, gli altri due solamente spaventati.
Andrij gli andò incontro e, prendendo in braccio i due piccini illesi, disse all’Italiano: - Presto, venite con me, vi porterò al sicuro. C’è un porticato molto grande sulla strada che porta fuori città, verso il fiume. Dov’è vostra moglie?-
- Non lo so, ci siamo separati quando hanno lanciato le bombe!- rispose Giuseppe.
- Porteremo i bambini al sicuro e poi torneremo a cercarla!- gli urlò il giovane per cercare di contrastare quel rumore assordante provocato dalle esplosioni. Con i piccoli che piangevano Andrij fece di nuovo quell’interminabile tragitto fino al porticato.
Lì sotto erano arrivati altri rifugiati: erano per lo più poche donne, sole o con dei bambini che facevano quello che potevano per rendersi utili. Lasciati i bambini italiani alle loro cure, Andrij e Giuseppe Rovesi tornarono nella città distrutta.
Gli aerei continuavano a sorvolare Drvar, come avvoltoi in attesa di un nuovo attacco. Al momento i bombardamenti erano cessati, ma regnavano ancora le urla disperate di centinaia di feriti.
I due vagavano alla ricerca dei propri cari, ma senza successo: i cadaveri erano tutti irriconoscibili per via delle ustioni o delle ferite.
Attraversarono quasi tutta la città, senza riuscire più a distinguere ciò che succedeva attorno a loro; Andrij era ferito alla testa e al braccio sinistro e girovagava senza sosta da più di due ore. Sconfortati e stremati arrivarono alla chiesa più grande della città, e rimasero entrambi in silenzio, muti di fronte a uno spettacolo tanto orrendo: la chiesa rasa al suolo, bruciata; non rimanevano nient’altro che poche pietre addossate l’una sull’altra in una terribile scena di distruzione. Quella notte la chiesa era piena di fedeli che pregavano perché finisse tutto quel dolore; e ora non c’era più niente, l’amore, la preghiera, la speranza erano morte con quella gente, spazzata via da una bomba senza cuore, da una guerra fratricida.
I due uomini restarono lì, in silenzio, a guardare lo sfacelo che li circondava, a sentire il grido di quelle vite trucidate così brutalmente, proprio il primo giorno del 1993.
Dopo alcuni minuti Andrij si accasciò a terra, le mani nei capelli sporchi di terra e sangue, piangendo disperato per quella gente uccisa, per quell’innocenza violentata, per quelle vite, per quelle speranze e per quei sogni di pace distrutti. Pianse per sé e per i suoi fratelli, costretti a vivere orfani senza l’amore dei genitori, pianse per tutte le vittime della guerra, per tutti i dolori che lui e i ragazzi come lui dovevano sopportare tutti i giorni senza essere aiutati, senza essere capiti, senza essere amati.
Giuseppe Rovesi si sedette accanto a lui e lo abbracciò accarezzandogli la testa.

Doveva essere passata circa un’ora quando mi risvegliai. Ero confuso, non vedevo nulla, avevo perso sensibilità alle articolazioni e non riuscivo a respirare bene; non potevo muovermi e sentivo il sapore del sangue in bocca. Dopo qualche minuto incominciai a riacquistare lucidità, a ricordare cosa fosse successo: era quasi mezzanotte e mi avevano mandato in cantina a prendere i fuochi d’artificio. Poi era successo qualcosa, ma non sapevo cosa, non lo avevo capito, ma ricordavo che mi ero gettato a terra, era stata una reazione istintiva.
Ma c’era qualcos’altro che mi sfuggiva, qualcosa...qualcuno...
Improvvisamente un piccolo movimento accanto a me mi fece tornare del tutto la memoria. Jasmine, lei mi aveva accompagnato, eravamo scesi in cantina e poi ci eravamo gettati dentro la nicchia! Ma cos’era successo? La cantina era crollata, doveva esserci stato un terremoto, una frana, un crollo, o...un rombo, un fischio, macerie. Era una bomba. Avevano bombardato Drvar.
Ero stordito, terrorizzato e avvertivo un dolore sordo alla tempia destra. Continuai a restare immobile finché la stanchezza ebbe il sopravvento e mi addormentai nuovamente.

Durante il loro peregrinare, Giuseppe Rovesi e Andrij Dolmat incontrarono altri compagni di sventura in cerca dei loro cari, o pochi, disperati sopravvissuti che trasportavano morti e feriti e, impietositi dalla sofferenza dipinta sui loro volti, li condussero al rifugio improvvisato sotto il porticato.
Arrivarono alle prime luci dell’alba, tanti spettri senza più identità, ombre vaghe in quel primo, tragico giorno dell’anno.
I rifugiati si strinsero per far posto ai nuovi arrivati. In silenzio, con la paura che l’incubo non fosse ancora terminato.
Giuseppe Rovesi si sistemò vicino ai suoi tre bambini, di cui uno, Enrico, il secondogenito, era morto da poco nonostante le cure di mia madre: una scheggia gli aveva trapassato il torace.
Il padre prese fra le braccia quel corpicino senza vita, accarezzandolo e cullandolo senza che nemmeno una lacrima rigasse il suo volto indurito dal dolore.
Andrij, pallido e stremato, con gli occhi bassi, disse che non li aveva trovati e chiese notizie del vecchio portiere.
- Per ora va avanti, ma non resisterà ancora a lungo, è praticamente spezzato in due - gli rispose Blerta. - Dio mio, che strage.- continuò con voce amara.
- La chiesa è stata bombardata, tutte le persone che stavano ascoltando la messa sono morte là dentro.- aggiunse il ragazzo.
- Così tanti morti! Iljuska ha portato qui la madre che era in fin di vita e poi è caduto a terra ucciso dalla fatica; sua madre è morta poco fa mentre delirava e chiamava suo figlio. Sono morti anche i gemellini, i loro genitori li hanno portati in braccio fin qui. Tatjana è impazzita dal dolore, ha stretto le sue creature e ha incominciato a cullarle, come se fossero state ancora vive. Quanti, quanti. E mio figlio è scomparso, come farà a sopravvivere, sotto una bomba? Come farà?- disse la donna scoppiando a piangere con il viso fra le mani. Andrij la guardò e provò un’infinita tenerezza per quella donna ancora giovane, sola, che, come lui, aveva dovuto farsi carico di tre figli sopportando in silenzio ogni dolore. Le andò vicino e la abbracciò, rassicurandola che avrebbe cercato i due ragazzi finché non li avesse trovati. Lei lo guardò e, con gli occhi bagnati di lacrime, lo abbracciò a sua volta.

Un lieve gemito mi fece uscire dal denso torpore in cui mi trovavo immerso. Aprii gli occhi e nell’oscurità sentii Jasmine che tossiva e ansimava.
- Non riesco a respirare...- si lamentò con voce fioca continuando a tossire.
- Non preoccuparti - tentai di rassicurarla, - Tra poco passerà -
- Cosa è successo?- mi chiese quando riuscì a respirare meglio.
- Non lo so, ma forse ci hanno bombardati. Ricordi qualcosa di quello che è successo?-
- Eravamo in cantina... poi ti sei gettato a terra con me... ma dove siamo ora?-
- Siamo sempre in cantina, nella nicchia. È crollato tutto. -
- Ma tutti gli altri? Dove saranno?-
- Non lo so Jasmine, forse sono riusciti a mettersi in salvo in tempo...non lo so, noi non possiamo muoverci, siamo bloccati qui sotto. Mi dispiace.-
- Speriamo che qualcuno venga a cercarci.-
- Sei ferita?-
- No, devo avere solo qualche graffio, tu?-
- Non riesco a capirlo, mi sento stordito, ogni tanto mi fa male la gamba destra. Devo aver sbattuto violentemente la testa.-
- Che cosa dobbiamo fare, Frederick?-
- Non possiamo fare niente, Jasmine, solo aspettare che venga qualcuno a tirarci fuori di qui.-
- Sì, si tratta solo di aspettare. Vedrai che non ci lasceranno qui.-
-Verrà qualcuno prima o poi. Vedrai.-
Restammo in silenzio per un po’.
Sarebbe davvero venuto qualcuno a salvarci? E noi quanto tempo avremo potuto resistere lì sotto? Cercavo di non pensarci, ma i dubbi si facevano sempre più assillanti e un terrore sordo cominciava a farsi strada nel mio cuore spaventato.
- Frederick.- mi chiamò.
- Sì?-
- Non preoccuparti, i soccorsi arriveranno. Ci vorrà del tempo, perché non sarà facile per i sopravvissuti venirci ad aiutare, ma sono sicura che già ci stanno cercando. Noi dovremo mettercela tutta, dovremo resistere il più a lungo possibile, finché non ne usciremo vivi. Hai capito, Frederick?-
Avevo bisogno di credere a quelle parole, avevo bisogno di aggrapparmi alla speranza che quella ragazza così dolce e così forte mi stava offrendo. Avevo paura. Dovevo aggrapparmi a lei.

Il giorno passò in fretta per quelli che si erano rifugiati sotto il portico.
Andrij si era addormentato vicino ai suoi fratelli, con il più piccolino in braccio; Blerta gli stava accanto, vegliando la triste agonia di quello che rimaneva di Vyslav Andronovic; Anja teneva Lindi e un altro orfanello con sé; Giuseppe Rovesi, con i suoi bambini addormentati accanto, scrutava nella nebbia tagliata dalla pioggia, forse sperando di vedere sua moglie con gli altri figli al petto; Tatjana Karasciarov piangeva incessantemente sulla spalla del marito la perdita dei due gemelli, che giacevano a terra, due corpicini un tempo vivaci e pieni di vita gelati da una morte crudele; Iljuska e la madre erano immobili, due cadaveri distesi sotto la pioggia sottile di quel primo giorno dell’anno.

Io e Jasmine ce ne restammo là sotto per molte ore, senza sapere cosa stesse succedendo fuori, se i nostri familiari si fossero salvati, se i bombardamenti fossero finiti e se avessero già cominciato a cercarci.
Man mano che il tempo passava cominciavo a riacquistare sensibilità a gambe e braccia e a capire in che posizione mi trovavo: ero disteso dentro la nicchia che miracolosamente non era crollata insieme a tutto il palazzo e ci aveva protetto nel suo metro e mezzo di profondità; tra le mie braccia c’era Jasmine, la testa appoggiata sul mio petto e le braccia piegate contro il mio magro torace.
Eravamo in una posizione un po’ buffa, ma in quel momento non ce ne preoccupavamo troppo; oltretutto non avremmo potuto trovarne una più comoda, visto che in una nicchia profonda poco più di un metro e mezzo circondata dalle macerie, era difficile anche solo respirare.
Ormai avevamo ripreso pienamente conoscenza e respiravamo con meno affanno, nonostante il poco ossigeno che ci teneva in vita. Sentivo dolore dappertutto, dovevo essere pieno di lividi e di contusioni. Jasmine si muoveva poco e non si lamentava mai, come doveva essere sua abitudine.
Il primo giorno passò così. Non ci dicemmo quasi nulla, nulla che io mi ricordi di preciso.
Poi ad un tratto sentii la sua voce.
- Frederick? Sei sveglio?-
- Sì -
- A cosa pensi?-
- Mah, a niente di particolare. Perché?-
- Non ti mancano tua madre, tua sorella, il tuo fratellino?-
- Sì, spero che stiano tutti bene, che siano riusciti a sfuggire alle bombe. E a te mancano i tuoi fratelli?-
- Ora sono qui, è inutile pensare a loro.-
Rimasi meravigliato:- Ma...non vuoi sapere se stanno bene, se sono vivi?-
- Sì, certo. Solo che ora non posso saperlo, perché sono qui con te, quindi è inutile pensarci. Ma so che Dio veglia su di loro. Non sono preoccupata.-
- Tu credi molto in Dio?-
- Perché, tu no?- mi chiese un po’ meravigliata.
- Ho smesso di credere in Dio due anni fa.- risposi cupo, - Da quando è morto mio padre. Se esistesse davvero...
- Non lo avrebbe fatto morire. Parli come mio fratello Andrij.-
Rimasi un po’ in silenzio. Mi sentii un egoista e uno sciocco. In fondo Jasmine aveva perso entrambi i genitori; non avrei dovuto ricordarglielo.
- Scusa, forse non vuoi parlarne, mi dispiace di aver messo in mezzo l’argomento.- tentai di scusarmi.
- No, non preoccuparti, mi fa piacere parlare di loro; in casa è praticamente argomento tabù, Andrij non vuole ricordarli.-
- Be’, lo capisco, nemmeno per me è facile parlare di...di mio padre. A volte è meglio non ricordare certe cose.-
- Perché? La sofferenza, il dolore, la morte, fanno parte della nostra esistenza, perché cercare di nasconderli? Molte persone non lo capiscono, ma per me è così semplice. Ce lo diceva anche la mamma, lei ha molto sofferto prima di morire, ma non ce lo ha mai fatto pesare come una terribile disgrazia.-
- Quanti anni avevi quando è morta?-
- Avevo dodici anni, era appena nato Alesa. Ci aveva messo troppo poco tempo, era prematuro e la sua nascita aveva procurato un danno alla mamma. Morì qualche giorno dopo, in ospedale. Era molto dolce. La amavamo tutti. Dopo la sua morte mio padre ha smesso di vivere. Si preoccupava solo di lavorare, ogni tanto ci portava fuori città per qualche vacanza, ma cercava ogni pretesto per non stare a casa. Una volta mi disse che non voleva vederci perché gli ricordavamo troppo la mamma, in particolare io e mia sorella Katharina. Andrij è un po’ come lui. Io però non capisco: credo che sia bello ritrovare aspetti di una persona amata nelle persone che ti stanno accanto; a volte è doloroso, però aiuta a non dimenticare. Così è come se una parte di quella persona continui a vivere e a farti compagnia.-
- Sai, non ci avevo mai pensato, non l’avevo mai vista sotto quest’aspetto. Però a volte è troppo doloroso, così doloroso che non ce la fai.-
- Tuo padre ti manca molto.-
- Sì. È sempre stato il mio punto di riferimento, da bambino. È...difficile parlare di lui.-
- Non sei costretto a farlo. Oppure puoi provare a ricordare come era bello quando era vivo. Nessuno ci obbliga a parlare di cose tristi, anche se fanno parte della vita. Pensa a tuo padre così, pensa a lui vivo; vedrai che allora il suo pensiero non ti farà paura, non ti farà piangere.-
- Io me lo ricordo molto bene. Lui era eccezionale, o almeno per me lo era. Mi ricordo tante cose legate al nostro passato: le sue storie, le sue canzoni, quando ci portava tutti fuori città, al fiume e restavamo lì per tutta la giornata, e lui giocava sempre con me e Teresicka. E poi ricordo il suo odore. Mi ricordo perfettamente quello strano odore di legno e colla che avevano le sue mani quando tornava a casa dal lavoro, e gli restava appiccicato addosso.-
- Che lavoro faceva?-
- Era un artigiano, faceva molte decorazioni, soprattutto con il legno. Faceva cornici, quadretti, pupazzi, presepi, marionette, modellini...tante cose. Aveva un piccolo negozio e mi ci portava sempre quando non andavo ancora a scuola. Io mi sedevo su una specie di alta poltrona di velluto verde e lo osservavo in silenzio, buono buono, mentre tra le sue mani il legno si modellava, assumeva una forma, dei colori, prendeva vita. Ho visto più di mille pezzetti di legno uscire dalle mani di mio padre trasformati in cose bellissime. Era stupendo stare lì a guardarlo. Mi manca tutto questo. Sono cose che non torneranno mai più.-
- Ma in compenso non se ne andranno mai. Resteranno sempre dentro di te e sforzandoti un po’ potrai riviverle ogni volta che vorrai, ti basterà chiudere gli occhi per ritornare su quella poltrona a guardare tuo padre che lavora il legno. I ricordi non muoiono, Frederick. Non muoiono mai.-
- Forse hai ragione, forse no. Non lo so.-
Ce ne restammo un po’ in silenzio tutti e due. Poi le chiesi se le mancavano i suoi genitori.
- Sì,- rispose, - mi mancano molto. Ma non posso farci niente e questo mi spinge a non essere triste per la loro assenza. È andata così, inutile pensare a come sarebbe stato diversamente. Non ho rimpianti, anche se a volte è difficile andare avanti. I bambini sono tanti e a volte non riesco a occuparmi di tutto.-
- Però c’è Andrij.-
- Andrij non vuole fare il genitore e nemmeno il fratello maggiore. Lo fa perché non ha scelta, ma non è che un orfano come gli altri, si sente solo e abbandonato; in più ha i suoi fratelli da mantenere; è chiedere molto a un ragazzo che non ha nemmeno diciotto anni. Non appena li compirà andrà a cercare suo padre. Ha bisogno di lui. Ha bisogno di sapere che tornerà. Non vuole accettare che le cose stiano in questo modo, preferisce seguire un’illusione, un miraggio. A volte devo fare da madre anche a lui, forse più che agli altri. Non è facile, però lo faccio volentieri. Penso sempre che ci sia un motivo dietro ogni cosa, anche la più inspiegabile, che spesso non riusciamo a capire. Fa tutto parte di una grande tela, dove tutto si intreccia e si separa, comincia e si interrompe, tutto per formare un ricamo meraviglioso.-
Rimasi molto colpito da quella ragazza. Non mi sarei mai aspettato che fosse così...bella. Solo allora mi resi conto di quanto eravamo stati sciocchi e immaturi a prenderla in giro, di come non ci fossimo mai accorti delle sofferenze di quei sei orfani che solo l’eterno sorriso di Jasmine riusciva ad alleviare, di come fosse stato doloroso perdere entrambi i genitori e assumersi tutte quelle responsabilità, priva di punti di riferimento, se non quello strano fratello maggiore che viveva nell’ossessione di ritrovare suo padre, di quanto fosse duro per lei rinunciare a una vita che le spettava di diritto e ritrovarsi in dei panni che non aveva mai chiesto di indossare e non lamentarsi mai, continuare giorno dopo giorno a prendersi cura della famiglia senza risentimento, sempre con un sorriso autentico sulla bocca.
- Mi dispiace - le sussurrai - Mi dispiace di tutto.-
Tra le macerie di quella cantina crollata la strinsi forte tra le mie braccia.

L’alba del giorno seguente i rifugiati cominciarono ad uscire dai loro nascondigli per cercare di ritrovare i dispersi. Il rombo degli aerei nemici si era finalmente allontanato, l’aria era immobile, non pioveva più, c’era solo una fredda foschia che ricopriva ogni cosa.
Andrij svegliò con dolcezza Blerta.
- Devo andare a cercarli. Per favore, se tu potessi...-
- Mi occuperò dei tuoi fratelli fino al tuo ritorno, sta’ tranquillo.-
Andrij la guardò con occhi pieni di gratitudine.
- Grazie, non so come avrei fatto senza di te.- le sussurrò all’orecchio. Lei ricambiò con un sorriso stanco il suo strano amico, rispondendogli che l’avrebbe aspettato lì e che non si sarebbe mossa finché non fosse tornato. Il ragazzo indugiò un po’ vicino a lei, poi si avvicinò a Giuseppe Rovesi che si era addormentato.
- Signor Rovesi - lo scosse - Signor Rovesi, io vado a cercare mia sorella, lei viene con me?-
L’Italiano lo guardò, poi rimase fermo un attimo e infine si alzò, depositando a terra con dolcezza il figlioletto morto dicendo ad una donna che sedeva accanto a lui di occuparsi dei suoi bambini finché non fosse tornato.
- Andiamo ragazzo - disse, e uscì nella nebbia seguito da Andrij.
Blerta li guardò allontanarsi con uno strano senso di tristezza. Si era affezionata molto a quel ragazzo pallido e inquieto con cui aveva condiviso quel terribile Capodanno. Un ragazzo che in fondo non aveva mai conosciuto, con cui non aveva mai parlato, che aveva sempre considerato solo un orfano. Ora invece vedeva in lui non più un ragazzino spaurito, ma un uomo, un uomo che aveva il coraggio di sfidare la morte pur di ritrovare sua sorella, un uomo che sopportava in silenzio tutto il peso di una famiglia, un uomo solo come lei. Ad un tratto sentì che le loro vite erano destinate ad incontrarsi, ad unirsi, sentì che quell’uomo di diciotto anni era la persona che aspettava da quando era rimasta sola, da quando Milyaim Visnjich era morto in guerra.
Si stava innamorando di Andrij, una donna della sua età con un ragazzino di diciotto anni, la cosa era “ridicola”, avrebbe potuto essere sua madre. Ma più cercava di convincersi che era una passione assurda, più sentiva di essersi innamorata di quel ragazzo. Non le era più capitato dalla morte di suo marito, non c’era stato nessun altro dopo di lui. Andrij. Lo sentiva vicino, molto vicino, quasi trent’anni di differenza scomparivano nei suoi occhi chiari ogni volta che lo guardava.
Blerta lo osservò allontanarsi nella nebbia di quel mattino di gennaio, desiderandolo tra le sue braccia, ma sperando che non tornasse mai più a tormentare il suo cuore.

Quando rinvenne era tutto buio, non riusciva a vedere nulla. Non ricordava dove si trovava, ma sapeva bene cosa era successo: Drvar era stata bombardata. Stavano andando tutti in piazza a vedere i fuochi, ma erano stati bloccati da altri fuochi, ben più grandi e pericolosi. Lui era riuscito a infilarsi in un portone lì vicino e si era rannicchiato sotto le scale che si trovavano all’interno. Questo doveva averlo salvato, perché sembrava che il palazzo fosse crollato. Si mosse un po’: a parte qualche graffio era tutto intero. Doveva uscire di lì, altrimenti sarebbe morto soffocato. Cominciò a muoversi lentamente verso una debole luce, scostando le pietre che gli impedivano di avanzare. Ogni tanto doveva fermarsi, si sentiva debole. Ma era determinato a proseguire, non voleva morire lì sotto. Avrebbe strisciato, si sarebbe ferito, avrebbe urlato, ma ne sarebbe uscito, vivo.
Teresicka Nikitic lo promise a se stesso.

Le ore non passavano mai. Il tempo, per noi bloccati lì sotto, sembrava essersi fermato. L’oscurità e il silenzio continuavano a regnare padroni, un filo d’aria ci teneva ancora in vita. Cercavamo di non pensare alla fame e, ancora di più a quella sete tremenda che ci torturava. Nessuno di noi si lamentava, non ne avevamo la forza.
Ogni tanto ci scambiavamo qualche parola nel tentativo di rimanere svegli, di non cedere a quella stanchezza che avrebbe potuto risultarci fatale, ma era sempre più difficile. Eravamo lì da due giorni e ancora non veniva nessuno.
Ricordo molto bene cosa mi successe in quelle che furono le ore più lunghe di tutta la mia vita; il tempo che passai in quella cantina distrutta ha lasciato un ricordo indelebile nel mio animo.
Si creò uno strano legame fra me e Jasmine, difficile da definire, ancora oggi che sono passati tanti anni non saprei spiegarlo bene. Era qualcosa di fisico, ma allo stesso tempo di profondamente...interno. Restammo così vicini l’uno all’altra per così tanto tempo che qualcosa nei nostri corpi, nei nostri cuori, nelle nostre anime, nel nostro stesso sangue, cambiò, ci trasformò come non avremmo mai immaginato, ci rese una cosa sola, un’unica, strana creatura.
Tutto il suo corpo era diventato parte del mio, il suo respiro mi era diventato così familiare che riuscivo ad intuire perfino quando stava per respirare più forte o più piano, sentivo il suo cuore battere, lo sentivo come se fosse dentro di me, come se fosse il mio. Eravamo fermi, immobili, le nostre mani, le nostre teste, le nostre gambe non si erano mosse di un centimetro in tutto quel tempo. Non ci eravamo mai toccati oltre quello strano abbraccio in cui ci eravamo ritrovati dopo il bombardamento, eppure ci conoscevamo a memoria, ognuno conosceva ogni piccolo centimetro del corpo dell’altro. Avevamo parlato molto, ma in fondo non così tanto da conoscerci appieno, eppure ognuno conosceva le più remote paure, i più intimi segreti dell’altro. Non so come fu possibile, non posso spiegarlo, ma era come se ci fossimo scambiati corpo, anima e mente, ricordi e sensazioni di due vite diverse, eppure destinate ad incontrarsi, a fondersi, a diventare un’unica grande meraviglia.
- Jasmine, sei sveglia?- le chiesi pur sapendo che non dormiva.
- Sì, Frederick.-
Rimasi un attimo muto, forse un po’ meravigliato da quello che stavo per dirle.
- Ti amo.- le confessai in un soffio.
Anche lei rimase in silenzio.
- Ti amo. - ripetei.
Lei non rispondeva. Poi disse:- Ti amo anch’io, Frederick. Ti ho sempre amato.-
Non sapevo cosa dire. Allora me ne restai zitto.
- Usciremo vivi da qui?- le chiesi dopo un po’.
- Non ha importanza. Quello che doveva succedere è successo, non credi? È così strano. Pensa un po’ se il tuo amico Teresicka non avesse rifiutato di accompagnarti. Ti sarai meravigliato quando è successo, vero? Ma ora sai perché l’ha fatto. Perché così doveva essere, perché il nostro destino doveva compiersi qui, ora, insieme.-
- Ho sempre creduto che ognuno scelga da solo il proprio destino. -
- Sì, e vero. Ma ci sono molte cose che apparentemente accadono senza un motivo. Perché Drvar è stata bombardata dai Serbi proprio l’ultimo giorno dell’anno? Perché per un semplice caso siamo finiti qua sotto insieme? Perché sono morte così tante persone? La risposta c’è, ma non possiamo vederla quasi mai, o deve passare del tempo. Tutto ha una ragione. Perfino quella che per te può essere la sciocchezza più stupida del mondo.-
- Ti amo.-
Forse cominciavo a diventare un idiota con quella frase, ma, man mano che il tempo passava, me ne accorgevo sempre di più. Non riuscivo a dire altro. Era la mia unica certezza, in quel caos che era il ricamo della mia vita.

Teresicka continuò a strisciare in mezzo alle pietre, e finalmente raggiunse l’uscita di quell’oscuro labirinto. Uscì da sotto le macerie di quel palazzo la notte seguente al bombardamento. Il giovane si accasciò a terra, ferito e distrutto da quelle ore affannose. Era spaventato, non sapeva dove si trovava, aveva perso la cognizione del tempo e ogni punto di riferimento. Ora che era all’aria aperta, sotto un cielo coperto di nuvole, si sentiva ancora più piccolo e solo, ancora più indifeso di prima. Si rannicchiò vicino a un pezzo di muro e si addormentò. Si svegliò due ore dopo. Aveva fame e sete e si sentiva tutto indolenzito. Ma all’improvviso si ricordò di una cosa.
- Mamma!- esclamò con quel poco di voce che gli restava, - Era con me quando è crollato tutto, l’ho vista entrare nel palazzo...-
Si alzò e scrutò nel buio per cercare di vedere cosa rimaneva dell’edificio. Non riuscì a intravedere altro che pietre su pietre. Nonostante il freddo, la stanchezza e la paura, Teresicka cominciò a scavare in cerca di sua madre. Dopo molto tempo si trovò fra le mani il piccolo lembo insanguinato di un vestito. Continuò a scavare intorno a quell’unico indizio e finalmente riuscì a intravedere qualcosa: aveva aperto una piccola breccia in quello che sembrava uno stretto corridoio, forse più un tunnel formatosi in seguito al crollo. In questo tunnel alto e largo circa un metro, giaceva il corpo insanguinato e senza vita di sua madre, uccisa da una grossa lastra di pietra che le aveva schiacciato il cranio. Teresicka la fece uscire delicatamente dal tunnel. La guardò incredulo e sconvolto, la donna aveva gli occhi aperti e uno sguardo vago e spento. Suo figlio le chiuse gli occhi mentre lacrime inutili gli rigavano le guance, mischiandosi alla polvere e alla sporcizia. Dolore, tanto dolore.
Rimase così, seduto vicino a quel tunnel che poteva crollare da un momento all’altro, con la madre tra le braccia, mentre schizzi di una pioggia triste cominciavano a bagnare i capelli neri di quel ragazzo distrutto.

La mancanza di acqua, cibo e aria ci stava pian piano uccidendo. Riuscivamo a mala pena a respirare e a scambiarci qualche parola di conforto. Io stavo perdendo le speranze, la certezza che saremmo morti lì si faceva sempre più opprimente. Lei invece non si arrendeva, continuava a sperare e ad avere forza. Mi sconcertava. Non riuscivo a capire come potesse essere così serena anche con la morte che poteva arrivare da un momento all’altro a prenderci, a dividerci. Mi aggrappavo a lei come un naufrago si aggrappa a un relitto nella tempesta. Ma anche se il suo spirito era forte, sentivo che il suo corpo stava cedendo, come il mio, ogni ora di più. Ogni tanto si addormentava e il suo respiro si faceva sempre più lento, sempre più sottile. Non sapevo cosa fare. Non potevamo muoverci, eravamo completamente bloccati. Sempre più disperato, mi chiedevo quando sarebbero arrivati i soccorsi in cui tanto speravamo. Non ci restava altro che aspettare.

Il dolore di Teresicka fu bruscamente interrotto da un gemito che uscì dal tunnel aperto. Il ragazzo posò a terra il cadavere della madre e, asciugatosi le lacrime, cercò di vedere chi altro ci fosse.
- C’è qualcuno?- chiese.
Una debole voce rispose:- Aiutateci...-
- Chi siete?-
- Sono Maddalena, Maddalena Rovesi, per favore, aiutateci...-
- Signora Maddalena, sono Teresicka Nikitic! Stia tranquilla, la tirerò fuori di qui! Lei non si muova!- disse cominciando a rimuovere le altre pietre.
- I miei bambini, prendi prima loro...-
- Dove sono?-
- Con me, sono qui.-
- Quanti sono?-
- Sono tre, ma Anita e Alessio non respirano più...-
- D’accordo, ora cerchi di non muoversi, io intanto toglierò le pietre.-
- Fa’ attenzione, potrebbe crollare tutto.-
- Starò attento. Salverò lei e suo figlio, signora Maddalena.-
Teresicka lavorò per molto tempo senza mai fermarsi, finché non riuscì a vedere la donna con il figlio stretto a lei. Delicatamente cominciò a far uscire da quella breccia il bimbo terrorizzato, confortandolo con parole d’incoraggiamento. Cominciava ad albeggiare e il giovane riusciva a vedere la tragica posizione della donna: aveva le gambe bloccate, schiacciate dai massi crollati e una profonda ferita all’addome. Non avrebbe potuto salvarla, se avesse cercato di farla uscire l’intero tunnel sarebbe crollato. Tratto in salvo Gianni, Teresicka tentò di tirarla fuori, ma non appena la toccò lei urlò per il dolore delle ferite, mentre tutto cominciava a sgretolarsi.
- Vattene, vattene via, salva mio figlio, vattene!- gli gridò Maddalena - Vai da mio marito e digli che le sue creature non sono morte da sole, che c’ero io con loro.-
- Ma non posso lasciarla qui, devo portarla via!- urlò Teresicka con le lacrime agli occhi, - non voglio che lei muoia!-
Maddalena allora lo accarezzò sulla guancia e gli sorrise:- Vai via da qui.-
In quel vortice di emozioni che turbinavano nel suo animo, Teresicka prese in braccio Gianni e corse via con le poche forze che gli erano rimaste, corse via mentre Maddalena moriva senza un lamento, corse via da quel tunnel di morte.

Andrij e Giuseppe continuarono a girare per la città distrutta. Parlavano poco, non sapevano più dove cercare, erano profondamente scoraggiati.
Giuseppe, scuro e silenzioso, camminava a grandi passi; Andrij lo seguiva a qualche passo di distanza, cercando di non restare indietro. E intanto pensava. Pensava ai fratelli, a cosa sarebbe stato di tutti loro se avessero perso Jasmine, a come sarebbe riuscito ad andare avanti senza di lei. Pensava alla sorella, finita chissà dove, della quale, forse, non avrebbe saputo più nulla, proprio come era successo con suo padre. Pensava a tutta quella morte di cui era testimone, a tutto quel dolore che li stava soffocando e si chiedeva dove fosse il senso di tutto quell’orrore.
Ma, in mezzo a tutti questi pensieri, ce n’era uno più forte di tutti gli altri, un pensiero che lo faceva sentire strano, molto strano: Blerta. Pensava a lei, a come l’aveva aiutato, a quello che provava per lei. Non era solo tenerezza. C’era...qualcos’altro. L’amava. Così. Senza averla mai conosciuta, senza aver mai parlato con lei. Eppure era legato a filo doppio a quella donna dall’espressione coraggiosa e non sapeva nemmeno perché. Aveva avuto poche esperienze sentimentali, qualche storia durata poco tempo e qualche rapporto occasionale che si limitava a una o due notti insieme. Era piuttosto “ricercato” dalle ragazze, ma lui non aveva mai voluto legarsi a nessuna di quelle che gli si concedevano, soprattutto dopo la morte della madre e l’abbandono del padre. Ora sentiva qualcosa che lo spingeva ad avvicinarsi a Blerta, a non respingere un sentimento che aveva rifiutato per troppo tempo. Lei lo attraeva, non solo fisicamente; era qualcosa senza nome, o forse un nome ce l’aveva, era quello che la gente chiama amore. Andrij si era innamorato di una donna. E non gli importava nulla della differenza d’età. Sentiva di non poter più resistere a quella forza, sentiva che era giusto così, che era questo che voleva, che era questo che volevano entrambi...
Le sue riflessioni furono bruscamente interrotte. Davanti a loro era comparso un ragazzo vacillante con un bambino in braccio.
- Teresicka!- lo riconobbe Andrij.
- Gianni!- esclamò Giuseppe prendendo il bambino tra le braccia. - Dove sono gli altri? Dov’è mia moglie? Ragazzo, dove hai trovato mio figlio?-
- Ho tentato di tirarla fuori, ma è crollato tutto...io non volevo lasciarla, ma lei mi ha detto di andarmene via, di salvare suo figlio...mi dispiace...ha detto di dirle che le sue creature non erano morte sole...è crollato tutto...- disse con sguardo assente.
- Sta male, dobbiamo portarlo al riparo - osservò Andrij.- Temo che sua moglie non sia riuscita a salvarsi. Mi dispiace.-
Ritornarono ancora una volta al porticato, ma sulla strada incontrarono delle donne che vi si stavano dirigendo e dopo aver affidato loro i due sopravvissuti, tornarono nella direzione da cui erano venuti, accompagnati anche da Vasilij Karasciarov.
Camminando arrivarono a quello che ciò che restava del loro palazzo. Nel passarci davanti, Andrij avvertì una sensazione, come un avvertimento; si fermò e disse ai suoi compagni:- Aspettate un attimo. Frederick e Jasmine erano tornati qui. Potrebbero essere rimasti intrappolati là sotto.-
- Se sono rimasti là sotto, figliolo,- gli rispose Vasilij, - Allora non sperare che siano ancora vivi. È crollato tutto, non possono essere sopravvissuti.-
- Perché? Teresicka è sopravvissuto, e anche il figlio del signor Rovesi se l’è cavata; magari anche loro sono riusciti a salvarsi, hanno trovato un posto per non finire schiacciati...- continuò disperato Andrij.
Si fece avanti Giuseppe Rovesi, come al solito scuro in volto:- Ragazzo, sai bene anche tu che ci sono pochissime probabilità che siano sopravvissuti al crollo, e ancora meno che siano vivi. Sono passati tre giorni. Come potrebbero resistere tutto questo tempo? È inutile cercarli qui.-
- So che ci sono pochissime speranze che riusciamo a trovarli vivi. Ma io ho già perso mia madre, ho perso mio padre. Ora ho bisogno di trovare Jasmine,...io...devo sapere cosa ne è stato di lei, non posso continuare a chiedermi che fine abbia fatto. Devo sapere se mia sorella si trova qui sotto e lo farò con o senza il vostro aiuto. Sta a voi decidere se aiutarmi.-
Gli altri si guardarono valutando cosa fosse più giusto fare. Alla fine fu l’italiano a parlare: - Ti aiuteremo, ragazzo, come tu hai fatto con noi. Conta sul nostro aiuto.-
E così i tre cominciarono a togliere le pietre che ci soffocavano.

In quelle ultime ore dentro la nicchia non ci parlammo quasi più. Stavamo morendo. I minuti passavano lenti. Troppo lenti per noi. Quanto ce ne rimanemmo lì, al buio, al freddo, con la morte in agguato? Tre minuti? Tre giorni? Tre anni? Forse tutta una vita.
In quelle ultime ore dentro la nicchia Jasmine mi disse solo una cosa.
- Hai paura della morte?-
Rimasi in silenzio, non risposi subito.
- Hai paura della morte, Frederick?-
Rimasi ancora in silenzio.
- Non lo so - le dissi. - E tu? Tu...hai paura della morte?-
- No, penso di no. In fondo, se ci pensi è una cosa... normale. Gli uomini la temono perché non sanno cosa sia, ma io non penso che sia brutta. È triste per chi resta, perché dovrà continuare a vivere senza una persona a cui voleva bene.-
- Jasmine, perché mi dici questo?-
- Sai che potremmo morire, Frederick.-
Il panico mi invase.
- Ma se non staremo più insieme, se questo accadrà,- continuò lei,- Non vorrà dire che finirà l’amore che c’è tra di noi. Se tu mi ricorderai, se non dimenticherai mai cosa è successo in questa cantina, allora nessuna morte potrà ucciderci, nulla potrà uccidere quello che è nato tra di noi. Ti amo. Ti amo.-
Avevo voglia di piangere come piansi quando morì mio padre. Jasmine, il mio dolce amore, non poteva lasciarmi. Parlava come se fosse già morta, cosciente di una sorte alla quale non poteva sfuggire, alla quale, forse, non voleva nemmeno sfuggire.
Solo adesso ho capito tante cose. Cose che allora, in quella nicchia, mi sembravano assurde e inspiegabili.
- Quando usciremo da qui ti farò sapere se ho paura della morte.- le dissi con la voce che mi tremava per il pianto. Lei non rispose.

Sotto il porticato, i rifugiati aspettavano al freddo che qualcuno venisse in loro soccorso, salvandoli da tutta quella morte. Molti, superata la paura di un altro attacco nemico, se ne erano andati, in cerca dei loro cari o di qualche edificio risparmiato dalle bombe. Blerta era rimasta, con poche altre vittime di quel massacro, facendo ciò che poteva per alleviare il dolore dei feriti e dei moribondi.
Si avvicinò a Teresicka che dormiva in un angolo, tormentato dalla febbre alta e da incubi terribili, e gli passò un panno umido di pioggia sul viso bollente.
- Povero ragazzo - mormorò - È divorato dalla febbre.-
Lasciato il ragazzo alle cure di Anja, si diresse al giaciglio improvvisato di Vyslav Andronovic, dove il vecchio soffriva in silenzio la sua lenta agonia.
- Cosa ne è rimasto di te, vecchio portiere?- gli chiese con le lacrime che cominciavano ad annebbiarle la vista.
Quell’omino spezzato aprì gli occhi azzurri e domandò con voce debolissima alla donna che stava vicino a lui cosa fosse successo. Sentendolo parlare, Blerta gli si inginocchiò accanto e gli prese una mano, commossa da una grande tenerezza per quel vecchietto morente.
- Sei stato ferito mentre ci sono stati i bombardamenti, Andrij ti ha trovato e ti ha portato qui.-
- Gli altri...- ansimò il ferito.
- Gli altri stanno bene, tutti bene. Sono al sicuro, non preoccuparti. Stanno tutti bene.- gli rispose fra le lacrime.
- Bene...bene...-
Fu tutto ciò che disse prima chiudere di nuovo gli occhi azzurri lasciando cadere la testa da un lato. Era morto. Se ne era andato dolcemente, si era addormentato tranquillo, rasserenato da una piccola bugia.
Tutti bene...stanno tutti bene...

Eravamo così vicini, così uniti nel nostro piccolo rifugio, che mi accorsi immediatamente quando Jasmine smise di respirare. Ebbe una morte molto dolce, le sue labbra si schiusero un’ultima volta per far uscire quella poca aria che le era rimasta nei polmoni e poi più nulla. Solo silenzio.
La mia mente era paralizzata, non sentivo più nulla. Non so descrivere cosa provai in quegli attimi, non ci sono parole. So solo dire che dopo qualche minuto mi lasciai andare completamente. Stavo morendo, era l’unica cosa importante, l’unica che desiderassi. Mi abbandonai ai ricordi, ai dolci e teneri ricordi che in quelle ore mi fecero compagnia mentre aspettavo la morte. Mi vennero a trovare tutti i fantasmi che popolavano la mia vita e tutti quelli delle persone a cui, quella notte, una bomba crudele aveva fermato il cuore, mio padre, i miei nonni, Goran e Tesla Nikitic, Vyslav Andronovic, Iljuska e sua madre, i due gemellini Ivanuska e Alenuska, la bellissima Maddalena con tre delle sue creature al seno, legata ai propri figli nella vita e anche nella morte; tutte le persone scomparse in quella assurda guerra, anche il padre di Andrij e Jasmine, finito dagli stenti in un campo di concentramento serbo.
E poi, dietro questa fila interminabile di ombre vaghe, lei, Jasmine, dolcissima nel suo eterno sorriso di donna-bambina, che mi guardava con dolcezza; voglio venire con te, la imploravo, ma lei non diceva nulla, rimaneva in silenzio a guardarmi con amore, con quel suo eterno sorriso...
Rividi tutta la mia vita. La guardai come spettatore, come se fosse un film. Verso la fine cominciai a vedere una luce, una luce pallida, una piccola breccia in un muro di tenebra, poi sentii dei suoni ovattati, mi sembrava di essere sott’acqua, qualcosa mi prese, mi afferrò e mi portò verso la luce... Mi tirarono fuori di lì la mattina del quattro gennaio del 1993. Avevo resistito quattro giorni, quattro giorni senza bere e senza mangiare. Jasmine non era arrivata oltre il terzo.
Dopo che le braccia di Giuseppe Rovesi mi tolsero alla morte che stava per raggiungermi, rimasi cosciente ancora per un po’ di tempo. Vissi gli istanti successivi in maniera confusa, senza sapere se quello che stava accadendo fosse la realtà. Accanto ai miei soccorritori, tra cui mi sembrò di vedere Andrij, c’erano tante altre persone. Mi misero su una specie di lettino, doveva essere la barella dell’ambulanza, allora erano arrivati i soccorsi, mia madre era vicino a me, mi accarezzava la testa e piangeva, sentii la voce del medico, è un miracolo, suo figlio è un ragazzo molto forte, diceva, cinque giorni senza acqua...
D’improvviso vidi un’altra barella affianco alla mia: sopra c’era Jasmine, accanto a lei suo fratello piangeva. Allungai la mano, volevo raggiungerla, ma non ce la facevo a muovermi. Mi si annebbiò la vista, la stanchezza, le lacrime e la mascherina che mi avevano messo per aiutarmi a respirare mi impedivano di distinguere ciò che mi circondava. Mi portarono via, via da lei, e mi misero sull’ambulanza dove caddi in un sonno scuro e profondo.

Passai i seguenti cinque giorni in un ospedale di Draka, la cittadina croata più vicina a Drvar, dove mi curarono le ferite alla tempia e alla gamba destra, e mi rimisero in forze. Il mio letto d’ospedale era vicino a quello di Teresicka.
Non appena fummo dimessi entrambi dall’ospedale, io, lui, mia madre, Ania e Lindi viaggiammo in pullman fino a Zara, da dove partimmo su un traghetto per raggiungere nostri lontani parenti italiani, che si erano offerti di ospitarci.
Non rividi mai più coloro che un tempo avevano abitato il mio palazzo, nemmeno Andrij. Lo scorsi solo in ospedale, nel corridoio fuori la mia stanza, mentre parlava con mia madre. Teresicka dormiva, ma io ero sveglio e ascoltai la loro breve conversazione.
- Cosa farete ora?- le domandò lui.
- Non appena saranno dimessi partiremo per l’Italia. Ho dei parenti che potranno ospitarci. E voi?-
- Ho una vecchia zia in questa città che può tenerci con lei. Così qualcuno potrà stare con i bambini mentre io mi trovo un lavoro.-
- Non dovevi andare a cercare tuo padre?-
- Ho cambiato idea. La morte di Jasmine mi ha fatto capire molte cose, mi ha fatto crescere. Non voglio più rincorrere i miei fantasmi. Ora ci sono i miei fratelli, è di loro che voglio occuparmi.-
Vidi mia madre guardarlo con tenerezza e vidi Andrij ricambiarla con uno sguardo dolorosamente innamorato. D’improvviso si strinsero in un lungo abbraccio disperato. Piangevano entrambi. Li vidi scambiarsi un bacio, il loro primo bacio, il loro ultimo addio. Mi girai dall’altro lato del letto e chiusi gli occhi velati di lacrime.

Ripenso spesso alla guerra, a quella cantina, a quei giorni sotto le macerie che mi hanno marchiato a fuoco, alle lunghe sere in cui mia madre mi aveva raccontato l’altra faccia dell’orrore, quello che avevano vissuto lei e gli altri abitanti del palazzo.
Ora sono un adulto, diciamo pure un vecchio, e molti ricordi si sono sbiaditi. Vivo serenamente l’ultima parte della mia vita.
Ogni tanto di notte Jasmine mi viene a trovare: mi appare in un vestito semplice, azzurro, la pelle chiara e vellutata, i capelli castani legati in una coda mossi lievemente dal vento, gli occhi grandi, due nocciole chiarissime, e quel sorriso stupendo dipinto sul volto, quel sorriso dolcissimo impresso così bene nella mia memoria. Mi sorride, senza parlare, senza avvicinarsi, guardandomi dal meraviglioso quadro di cui io ancora non faccio parte. Allora le sorrido anch’io.
- No, Jasmine. Non ho paura della morte.- le dico.


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