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| SCHEGGE by Ferdinando Giugliano
-Corradino fu ucciso a Tagliacozzo- rispose concitato, mentre un arcobaleno di emozioni gli balenò nel cuore.
La domanda non era certo complessa, ma la risposta, sbagliata, gli rimase dentro per tutta la vita. Fu quel 4 in storia, in quel caldo giorno di maggio, a macchiare per sempre la sua esistenza: fu allora che smise di vivere. Rimase silenzioso quel giorno: era una vita che non lo faceva. Le maschere delle parole gli sembravano inutili, ed ogni sussulto dell'anima si tramutava in un semplice singulto. Voleva andare via, ma non sapeva dove. Voleva rimanere, ma non sapeva come. Era un uccello in una voliera con la porticina aperta: il suo sogno, il suo timore. Era un ragazzo strano, lui che normale voleva essere. Era un ragazzo, o forse era più un'utopia. Era il suo sogno, la sua vita, e come tale non poteva essere. Era il suo essere che non andava, era il suo essere. Glielo ripetevano in molti, chiunque incontrasse sulla strada della sua vita. Ma era il suo comportamento. E lui ne andava fiero. Terribilmente. Era di quelle fierezze che non si vedono tutti i giorni. Una di quelle che non si capiscono, ma che per la loro incomprensibilità sono le più logiche. Sono quelle che ti spingono a combattere ogni voce ingiusta per la voglia di sentirti vivo, perché la propria vita va vissuta come un lampo. Non era vanitoso. Non aveva tempo per la vanità. Sempre in giro, in strada, in camera. La vanità costa, e lui lo sapeva bene. E poi, poi era troppo fiero per essere vanitoso: non perdeva mica tempo in queste cose, lui. Perenne impegnato, era uno di quelli che non si vogliono perder nulla. E tutto perse. Vanitosi in quei giorni di maggio è difficile esserlo: le rose ti riportano all'umiltà. Sono i loro petali, le loro spine. Il loro estatico profumo. Ritorna in te. Non puoi assomigliarmi. Non puoi. Eppure fu il tubare di un piccione. Fu il tubare a renderlo imperfetto. Sognava tanto la notte, e il giorno all'alba pure. Nell'arcobaleno del suo cuore intriso di pioggia non smetteva mai di splendere il sole. Potevano esserci tuoni e lampi ma c'era sempre un qualcosa del sole. C'era sempre quel raggio che illumina. Anche la luna risplendeva. Pensava tanto la notte, e il giorno all'alba pure. Nel diluvio della sua mente sfocata di sole non smetteva mai di riflettere. Poteva essere un giorno in cui non avrebbe voluto riflettere tanto era leggero, ma c'era sempre un qualcosa di pioggia. C'era sempre la goccia cadente. Anche sotto il sole. Razionalità e fantasia. Ossimorici di primo acchito. Indissolubili alla lunga. E' il connubio perfetto diceva. Diceva. Prima di quel giorno di maggio. Non era la scuola a cadergli quel giorno. Era la vita. Abbozzò un sorriso. Ma forse questa non è la parola giusta. Se abbozzi vuol dire che vuoi. E lui, non voleva. Rimase a lungo in quello slargo. In quello slargo di tempo ripugnante e da evitare. Rimase a lungo. Bloccato in quella palude dalle lunghe canne da cui non sapeva come uscire. Non vi era mai stato. A poco gli servivano le finte distrazioni degli amici. La solitudine dell'animo non si distrae. "Una bolletta" non ti cambia la vita. Un quattro in storia, quello sì. Non sei più tu, pensava. Tu ora sei quel quattro in storia. E dato che tu non puoi essere un quattro, allora, mio caro, non sei più. Né sarai. Poco importa dicevano. Non hanno capito nulla della vita. Come fanno a sorridere, loro. In questa calda giornata di maggio in cui l'estate vuole entrare senza bussare nell'animo. Pervade tutti, e non si può scacciare. Nemmeno se la pioggia è lì a bagnarti. Nemmeno allora. Gli occhi erano spalancati ad osservare il mondo che girava, il sole che brillava. Fermati sole, te ne prego. Ma il sole, lui continuava, mentre la sua testa era ormai una foglia cadente d'estate. Un qualcosa di inconsueto, di raro, di unico. Come lo era sempre stato. Era il sole e l'ombra assieme. Lo incontravi e la notte ed il dì ti si aprivano contemporaneamente avanti. Poteva essere calmo, era pur sempre agitato. Poteva essere serio, era pur sempre un giullare. Giudicarlo, era difficile. E l'analisi introspettiva, quella che si faceva quotidianamente, lo era ancor di più. Ma in quel giorno, era terribilmente semplice. Restò un altro quarto d'ora lì, tra quei sorrisi e quegli sguardi che non gli appartenevano. Appartenevano alla retorica del momento. A quel tentare di essere duro che certo con lui non c'entrava nulla. Se sei duro non puoi certo comportarti così. Ma lui, lui duro non lo era. In quel quarto d'ora cercò di distrarsi: la testa però, non ci riusciva. Era immersa nella nebbia del futuro. Era immersa in una nebbia immaginaria. Scalare un castello è impossibile se non riesci a vedere che il mattone che hai di fronte. Devi guardare in alto. Ma in quel momento le larghe vedute si andavano a far fottere. Lui era lì, e il muro pure. Si ha paura dell'ignoto, è vero, se ne ha tremendamente paura. Ma se guardi in alto, talvolta brilla il sole. Era lì, e la sua mente con lui. La sua mente, una mosca che scacciata dalla briciola di pane sta a girarle intorno, prima di ritornavi vicino, inesorabile. Quel pensiero, la sua briciola di pane. La sua vita, una mollica ormai rafferma. Rafferma, come quegli sguardi pietosi tributatigli dagli altri, misericordiosi verso una solitudine che voleva essere egoistica, incurante degli altri, e che loro, insolentemente volevano dividere. Pretendevano di camminare nel suo deserto, in quella terra arida di cui neanche lui conosceva la mappa. Figuriamoci loro. Era lui, l'osservato speciale. Lui, che ieri non capiva niente della vita, lui, l'altro, e che oggi diventava uomo da consigliare, ragazzo da aiutare, bimbo da coccolare. Ma passare dalla freddezza al calore è impossibile. Finanche i termosifoni ci mettono del tempo. E, per fortuna, l'ipocrisia non è mai troppo ben nascosta. La si scorge sempre, coperta da un velo mai troppo uniforme, doppio in certi punti, ma poi rattrappito se non squarciato in altri. Era per questo che se ne accorgeva. Non aveva bisogno delle crocerossine, andassero ad aiutare qualcun altro. Non lui, lui stava bene. Forse. Fu allora che decise di andarsene. Andarsene a pensare. Passeggiare mi farà bene, diceva. Passò per quella galleria a cui poco di solito pensava. Le insegne dei negozi, le luci dell'autosalone erano troppo consuete perché se ne importasse: ma quel giorno, ci pensò. Pensò a quei sabati trascorsi con la luce dei neon che perfora la notte, con il caldo di una sciarpa che lotta invano contro il freddo pungente della tramontana, quel freddo che ti graffia le guance scolpendotele, incidendo indelebilmente i segni del tempo sulla pelle. Le rughe invernali, le chiamava. Ma non era quella la definizione esatta. Se fossero state invernali, allora con il caldo sarebbero scomparse. Ma ogni primavera quelle restavano, e lasciavano solchi profondi se non sulla pelle nell'animo. Ed allora, in quel giorno di maggio quei maledetti solchi riaffioravano e, se tutto questo è possibile, riaffioravano più profondi di prima. Passò la galleria ed imboccò la strada verso la funicolare. La strada era la solita. Anche quella l'aveva percorsa migliaia di volte. Della noia e dell'allegria impregnate dell'odore di frittura rimaneva solo la carta oleosa del tempo unta da attimi ormai irripetibili, irripetibili come quel giorno di maggio. Passò per la piazzetta e salì le scale per entrare nella fermata. Intorno a lui solo turisti e coppie felici: o almeno così gli sembrava. Lui, nel suo stato, non si accorgeva dell'altra solitudine che lo circondava, lampante ad occhio nudo, velata per lui dalla cataratta del rimpianto e dell'angoscia. Si sedette aspettando la diretta dell'una e mezzo. Accanto a lui, un'altra landa desolata, di sicuro più sperduta della sua. Un uomo col berretto portava tra le mani una valigetta di legno disprezzata da quella stessa, nobile gente che le si avvicina con la borghese voglia di risparmiare. Quell'uomo era lì, e segnava nel sudore quello schifo che sentiva di causare, quel ribrezzo che la sua valigetta tanto portava allo stomaco altrui, facendo indignare coloro che in altri momenti son pronti ad esaltare le valige di cartone. Forse sarà il legno a non piacere. Lo guardò con indifferenza. O forse non lo guardò neppure. La sua testa si girò verso di lui, questo è certo. Eppure le pupille erano altrove, perse in quel pensiero fisso che lo tormentava. Quel pensiero indefinito tanto quanto quel suo sguardo, supremo emblema di un indecisione inconsapevole. L'apertura delle porte lo risvegliò da quel sonno apparente in cui era crollato, un sonno in cui vi era spazio per i soli incubi. Si alzò, pur rimanendo in uno stato di torpore interno che mal si conciliava con la concitazione generale dei business men in pausa pranzo e delle coppiette che, alla ricerca disperata di un posto a sedere dove poter amoreggiare tranquille, pur di non staccarsi si lanciavano in un'improbabile corsa, in cui gli "attento amore" si mischiavano alle risatine ed in cui gli uomini, cavalieri inopportuni per passione, facevano quasi cadere la compagna pur di assicurarle un posto. Egli taceva. Salì nell'ultima carrozza come il suo solito. Ma di questo non si curava. Tranquillo lasciò che il mondo la popolasse. Tranquillo aspettò che scendesse l'autista. Tranquillo vide chiudersi le porte, e con esse la sua vita. La discesa iniziò: si trovava, come chiunque d'altra parte, stretto in una morsa di calore insopportabile. Non si lamentò. Quel briciolo di razionalità che gli era rimasto gli suggerì che non era il solo in quella situazione e che dunque, almeno di quello, non poteva lamentarsi. Quel briciolo di razionalità, si diceva. Sì, perché in quel momento si attuava il suo contrappasso. Lui, talvolta fin troppo razionale e distaccato, era ormai in balia delle emozioni, di quel cuore che poco aveva seguito. Se lo conosceva era forse perché lo aveva incontrato spesso in Omero, in quel poema che tanto amava e di cui lodava spesso la capacità di cogliere le emozioni attraverso quello stupendo artificio che era il Jumo . Ma non al di là di questo. O almeno, così credeva. Gli piaceva la figura dell'intellettuale che guarda il mondo dall'alto dello scranno senza immischiarsi nelle meschine faccende umane. Si sentiva a suo agio guardando ciò che succedeva. Non era mica cattivo, allora. No, era semplicemente a suo agio. Non un giudice, né un censore. Un osservatore piuttosto. Un vecchio che con animo disincantato vede gli altri azzuffarsi per ciò che lui crede di aver superato. Un irrazionale in un mondo di materialisti, ecco quello che credeva di essere, quello che voleva essere. Ma per certo non lo era. Se in quello, uno dei momenti più stupidi ma ugualmente più importanti della sua vita, si lasciava trasportare dalle emozioni, allora non era certo un cinico calcolatore, un compassato giovane barbuto che si tocca la canuzia, uno di quei personaggi che sembrano fatti per abitare un asteroide in attesa di sentire il Piccolo Principe parlare di rose e di volpi con lo stupido disinganno di chi vuole essere adulto prima del tempo. Era diverso, sì. Ma forse meno di quanto credeva e di quanto gli altri credevano. Era uguale ma in maniera diversa, ecco cos'era. Non di più e non di meno. Era diversamente uguale, ed in fondo lo sentiva. Ma il suo personaggio, la sua maschera, non gli permetteva questo ruolo. Le fermate passavano veloci davanti a lui, e con esse sfrecciavano le tappe della sua vita, confuse tra le lunghe gallerie immerse nel buio del giorno. La mente era asmatica, tossiva ed ogni colpo sembrava l'ultimo. Ma poi ricominciava. Via Palizzi, Corso Vittorio Emanuele. Poi, finalmente, Via Roma. La fine era lì lo sapeva, lo sentiva. Sì che lo sentiva. La predizione della perdizione non è solo un gioco di parole. E' una delle costanti dell'umanità. I profeti di sventure sono molti. Gli uccelli del malaugurio anche. Probabilmente non è solo per il pessimismo albergante nella società attuale. E' più facile che sia un qualcosa di congenito, di primordiale, che segue solo l'età dell'Oro. Ed è per questo che tutti i pessimisti si definiscono realisti, per questo loro sentirsi umani, profondamente umani. Si sentono vicini al mondo più di quanto lo siano gli ottimisti, infaticabili utopisti, incapaci di leggere tra le righe nel romanzo dell'umanità, dove ognuno non è altro che un illuso, e dove anche gli innovatori più inappagati sono solo dei replicanti. Ed anche lui, in quel giorno di maggio, stava copiando una storia già scritta. Eppure lo sapeva, se ne accorse quando uscì dalla carrozza. Corse fuori. Come al suo solito. Stare fermi non gli era mai risultato semplice, ed un diverso stato d'animo non può mica cancellare le vecchie abitudini. Corse via da quel mondo che lo aveva stretto: non aveva mai sofferto di claustrofobia, ma dato che l'aveva dentro non poteva sopportare anche quella impostagli dall'esterno. Uscì, ma non vide il sole. Non ci pensò neppure, immerso come era in quelle nubi tempestose le quali altre non erano che un peggioramento metereologico di quelle nuvole tra le quali aveva sempre la testa. Era troppo confuso per guardare in alto. Non ci pensò neppure, poiché gli occhi erano così irresistibilmente attratti dal pavé della strada, dalle scarpe dei passanti e dalle cicche delle gomme. Ognuno ha i suoi interessi, e lui in quel momento aveva i suoi. Passò lo spiazzo, e si ritrovò da solo nella ressa della gente che passava, che spingeva, che sognava, cosa che lui ormai non faceva più. Era in un coma onirico, uno di quei momenti in cui i sogni non vengono perché sei in un incubo, attanagliato dalle tue paure più che dalla crudeltà del mondo, distrutto da un tuo io che vedi negli altri, ma che altri non è che una parte di te stesso catapultata dalla tua mente irrazionale nel corpo altrui, sia esso un parente, un amico, un estraneo. Immaginava un persecutore immaginario, una sorta di ombra incarnatasi nel mondo, un'ombra di cui però non riconosceva l'identità. L'ombra era in tutti, e tutti erano l'ombra. Ma in realtà l'ombra era solo lui, inconsapevolmente preda di quella censura che aveva esercitato sin dall'infanzia, una censura per la quale l'unico parametro per giudicare l'uomo era quello meritorio, e per la quale lui ora non valeva più nulla. Lui, da sempre solo giudice, ora sedeva sul banco degli imputati, in quel assurdo processo che aveva sempre istruito nei confronti di altri, e di cui ora era lui il protagonista in negativo. E lui, lui non avrebbe voluto applicare quel suo regolamento interno insensato per il quale sei solo quando vali, quel codice che aveva già condannato tanti. Non voleva perché aveva compreso l'illogicità di quel pensiero. Ma ormai era troppo tardi. Era stato severo in vita sua, stupidamente severo d'accordo. Ma per una questione di coerenza doveva continuare con quel metro. E secondo quel metro lui era colpevole. Lui, non valeva più nulla. Inutile guardare indietro, inutile cercare scuse. Tutto questo lo sapeva benissimo, ma non voleva capirlo. Non voleva comprendere il suo fallimento, non voleva accettarlo. Ma, d'altra parte, era così, ed è impossibile nascondersi a se stessi. Lui era guardia ed era ladro, e qualsiasi scusante il ladro frapponesse tra sé e la guardia, quest'ultima riusciva sempre a raggiungerlo. Ed a bloccarlo nell'attimo della vergogna, quegli attimi in cui la lingua ti si impasta e la balbuzia ti attanaglia. Procedette in silenzio verso piazza del Plebiscito, con un solo desiderio, quello di vedere il mare, anzi le schegge del mare, quelle onde che si stagliano sulla spiaggia sole, senza schiuma, accompagnate solo da un lieve brusio dettato dal vento e coperto dalla voce dei gabbiani. Il sussurro del mare era lì, stampato in quegli attimi, impresso nella fatalità del binomio "onda-risacca", un binomio inestricabile ed ineluttabile. Cos'è l'onda senza la risacca? E cos'è la vita senza i sogni? Non è forse una scheggia impazzita che rotea nel vuoto del destino, senza nessuna guida, alla mercé di qualsiasi alito di vento? E' un qualcosa di assurdamente impossibile, un qualcosa di intentabile. Ed ha forse un senso continuare le cose intentabili? Se lo chiese anche lui, in quel giorno di maggio, un giorno in cui la vita gli scappava e lui era lì, con lo sguardo inebetito, mentre la vedeva allontanarsi, piano piano ma inesorabilmente, come quei treni che perdi e che sai che non potrai riprendere. Mai più. Procedette dunque tra la folla che tornava a casa: oltrepassò la fontana del "carciofo", come la chiamava. La oltrepassò invidiandola. Invidiava le fontane in quel momento, tutte le fontane della terra: sono curiose le fontane, curiose nell'esser tutte ugualmente diverse. Sono sempre nello stesso posto le fontane, a zampillare tranquille, sempre rinfrescate, anche sotto la canicola del mezzodì. La pietra su cui scivola ogni goccia profuma di eternità: un'eternità che si dirada continuamente nell'attimo vissuto, in quel salire e scendere dell'acqua, trasposizione umana del divino ciclo. In quel momento sarebbe voluto essere una goccia di quella fontana, per potersi bagnare in una giornata di pioggia senza turbarsi minimamente, e per sentirsi riscaldato dal sole senza aver paura di scottarsi, per potere insomma… CIAF Un pallone piombato dall'alto pose termine al senato dei suoi pensieri, riportandolo a quella condizione di meschinità in cui si trovava prima. Un ragazzino accorse a riprendere ciò che aveva perso; sollevatosi sulle punte dei piedi allungò le esili braccine in direzione del tanto agognato oggetto, riuscendo, dopo uno sforzo impari, ad agguantarlo, impadronendosene di nuovo, riportandolo in trionfo ai suoi compagni, i quali avevano seguito l'intera scena dubitando delle capacità del piccolo. Bene, egli li aveva fatti ricredere… ma come poteva egli far ricredere se stesso, così deluso com'era dal suo comportamento. La delusione, una sensazione troppo nuova per lui, e dunque sconvolgente. Non che avesse troppa fiducia in è, ma il suo continuo riuscire lo aveva viziato, così che questa rara volta in cui aveva fallito lo aveva realmente sconvolto. Si ha sempre paura di ciò che non si conosce, soprattutto quando l'ignoto ti prende dentro, violando l'intimità delle tue emozioni, prendendoti ovunque, sin dentro all'animo. E tu, tu non puoi farci niente. Devi sentire questo sconvolgersi delle tue membra, accettandolo come un qualcosa che fa parte della tua esistenza. Passivamente. Ecco, in quella giornata di maggio, in cui i gabbiani giocavano a nascondino con il sole, cercandone il tepore ma fuggendone la calura, non glia andava giù questo, il non poter recitare ogni atto della propria vita… E fu proprio in quel momento in cui contemplava la sua infimità che decise. Decise che dell'epilogo della sua vita, di quello almeno sarebbe stato lo sceneggiatore. E, inevitabilmente, l'attore. Cominciò a correre per il lungo mare, correndo in avanti come un folle, mentre la mente, lei sì tornava indietro ad ogni attimo vissuto, cercando di fermarlo e di riviverlo. Ma oramai era impossibile. Le onde erano lì tranquille e imperscrutabili, mentre un maremoto lo sconvolgeva interiormente. Eppure il maremoto sarebbe dovuto finire. Durante una tempesta si possono fare due cose. O abbandonarsi alla furia delle onde. Oppure lottare, stringendo la vita fra i denti, combattendo per ogni singolo respiro, cercando il sole laddove è tutto nero. Ecco, questo non lo seppe fare. Preferì abbandonarsi. E continuò a correre, fino a quando, giunto davanti a Borgo Marinaro si fermò. Sentì che era quello il posto. Il posto per il trapasso finale. In quel momento era come una bestia, come un cane che sceglie il posto per addormentarsi. Per sempre. L'aria gli vibrò tra i capelli sudati. Comprese che quello era il momento. Per la testa gli passarono tutti i pensieri. Tutti insieme nello stesso attimo. La testa comprese che era tempo. Il passato doveva divenire anche futuro. Scavalcò il ponticello e balzò giù sulle pietre bianche. Osservò le schegge del mare e le schegge del tempo. I cocci della sua vita si stagliavano sui flutti, lucenti rifulgevano nel sole di un'estate ormai perduta. Davanti a lui il mistero degli abissi coincideva con quello della morte. Avrebbe voluto conoscere ciò che stava per raggiungere. Ma non era fondamentale. Gli bastava sapere tutto quello che lasciava. Passò un attimo, e poi divenne un'onda. Passò un attimo e poi divenne il mare. Passò un attimo e la vita gli comparve tra le mani, scivolando come un sottile filo di seta perso da un bimbo che non ne aveva compreso il valore. CLICCANDO QUI! |
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