IL RIPOSO DEL GUERRIERO
by gianpaolo proni
La bocca di Amelia, ancora socchiusa per il piacere, era così vicina al suo viso che ne sentiva l'alito profumato. La ragazza abbassò la bella chioma nera sul suo viso e appoggiò la guancia sul suo petto. "Ti amo" -sussurrò accarezzandolo. Adolf la strinse tra le braccia scure e forti: "Anch'io ti amo, tesoro. Ma ora sento che devo andare."
Amelia alzò la testolina, scosse i capelli dal viso e lo guardò con gli occhi verdi come smeraldi: "Io ti aspetterò. Verrai da me questa notte?" "Verrò" -ebbe il tempo di promettere lui, e già sentì che tutto si dissolveva, come un'immagine riflessa sull'acqua viene scomposta e frantumata dal vento.
Il colonnello Adolf M'botu si destò con un sorriso sulle labbra, che subito, appena il suo cervello fu snebbiato dal sonno, si trasformò in una smorfia di disappunto. La sua mano scura stringeva con forza un oggetto dorato e ornato di preziosi arabeschi, della grandezza e della forma di un uovo di gallina. Aprì la mano e l'uovo rotolò lento sul letto. Come ogni volta si trovò a guardarlo, gli occhi ancora pieni delle deliziose curve del corpo di Amelia: quel piccolo oggetto psicotronico era la sua lampada di Aladino, era il castello incantato in cui la sua bella era rinchiusa, e che si apriva solo per lui. Scosse il capo e strinse le labbra: non avrebbe mai dovuto accettare un Riposo del Guerriero. Certo, non c'era nulla di male. I soldati si mettevano in un sacco di guai, con donne hook, puttane, malattie strane, e se un innocuo giocattolo elettronico poteva risolvere i loro problemi di solitudine, non era forse meglio così? E poi, era tanto tempo che erano lontani da casa, loro come lui.
Sibilò il segnale del terminale.
Si alzò e, usando la parola-chiave, accese il pulsante sonico.
"Sono arrivati i dati della missione di pattuglia su Yulaqu. Volete vederli, signore?"
"Si, passameli in memoria locale. Come è andata?"
"Al solito, signore, abbiamo perso ...." -improvvisamente la comunicazione si interruppe, in una serie di fruscii e raschiamenti di altoparlante- "... pronto, pronto?"
"Sì, ci sono, credo solo che stia per rompersi il terminale, come al solito. Mandami i dati, tecnico, e chiudi."
Mentre i dati venivano spediti, M'botu scese dal letto e si alzò. Sbattendo contro la sedia si infilò nella doccia. Il climatizzatore, ovviamente, era rotto, e l'acqua usciva alternativamente ghiacciata e bollente. Bestemmiando antichi Dei Wolof si lavò alla meglio e si rivestì. La camicia gli si impigliò nella maniglia della doccia e si stracciò. Stava per cambiarla quando gli venne in mente che le altre erano tutte più o meno fuori uso e dovette rassegnarsi. Questo incidente lo rattristò: teneva molto alla perfezione dell'uniforme, ed era uno dei più intransigenti al riguardo, anche qui sulla Fascia Interna, dove tutto sembrava andare a catafascio, i soldati portavano uniformi trasandate, e pensavano solo a procurarsi amuleti di ogni genere. Che guerra assurda!
Per fortuna, riuscì a stampare i dati della missione di pattuglia prima che la stampante si inceppasse e si mangiasse un metro buono di plastocart facendone un viluppo inestricabile. Poi si fermò con il beep acceso. Per far cessare il suono fastidioso dovette staccare la corrente. Si gettò sul letto con il foglio in mano. Non voleva leggerlo, tanto immaginava benissimo cosa c'era scritto.
Era il solito repertorio di guasti, incidenti e malanni: mezzi appena revisionati che si piantavano di colpo e si rifiutavano di proseguire; truppe scelte, vaccinate contro tutti i morbi conosciuti degli Universi, che si scioglievano in diarree fulminanti; ufficiali di comando che dovevano essere ricoverati in infermeria per un bruscolino in un'occhio che era andato in suppurazione; armi che si inceppavano, navi che sbagliavano rotta e finivano in mezzo al nemico, soldati che si smarrivano nei villaggi indigeni e non venivano più trovati, e chi più ne ha più ne metta. Sembrava la sceneggiatura di un film comico, più che un bollettino di guerra.
Sospirando, si lasciò andare sul cuscino, sbattendo la nuca contro la paratia della stanza. Sentì le lacrime molto vicine agli occhi, troppo vicine per un ufficiale uscito tra i primi dieci del suo anno dall'Accademia dei Consigli d'Africa di Ziguinchor. Le ricacciò indietro. Doveva fare qualcosa, doveva fare qualcosa contro quella... jella. Certo, era proprio sfortuna, scalogna, scorno, malasorte, insomma, chiamatela come volete, ma non ne andava bene una!
Si girò su un fianco, attento al minimo movimento. Ci riuscì senza farsi del male. Stava per chiudere gli occhi e pensare quando vide che aveva urtato -forse prima, nei suoi sogni erotici- la tazza di succo di calpa che aveva lasciata, semivuota, sul comodino. Il succo di calpa era violaceo e denso, quasi indelebile. Ovviamente, non aveva potuto ignorare la presenza delle scarpe d'ordinanza di tela immacolata, posate proprio alla base del mobile. Chiuse gli occhi. "Le probabilità che mi faccia del male chiudendo gli occhi -pensò- sono molto inferiori ai danni a cui andrei incontro cercando di pulire. Non voglio neppure pensarci."
Ecco, ecco a cosa erano arrivati, ormai, in quella maledetta guerra: a starsene sdraiati nelle loro brande, su astronavi, stazioni orbitali, presidi planetari, ovunque si trovassero eserciti federali. D'altronde, solo chi riusciva a evitare di organizzare la minima azione bellica poteva sperare di portare a casa i suoi uomini e non distruggere milioni di crediti di armamenti e vettovaglie. In fondo, erano trent'anni che la II Guerra Hook andava avanti, e per un Capo di Stato Maggiore era meglio essere rimosso per incapacità che essere processato per tradimento, come era successo a Ali Akhbar Khan e John Gandhi Alzhiki, i due comandanti in capo precedenti. D'altra parte, come si poteva spiegare agli inviati del governo che la Federazione -il più potente stato Terrestre- stava perdendo una guerra per sfortuna?
Adolf M'botu sospirò. "Ora mi metterò a piangere. -pensò- Forse gli Dei avranno compassione di me e mi eviteranno troppe sfortune." Ma non gli riuscì. Invece, gli venne in mente suo padre, il Generale Yuri M'botu, che lo guardava con i suoi occhiacci bianchi nella faccia nera e lucida: "Figliolo -gli diceva- nella nostra famiglia non abbiamo mai perso una guerra né partecipato a una battaglia perdente, perché gli Dei sono amici della nostra stirpe e i nostri antenati sono spiriti potenti, però, figliolo, nella nostra famiglia non vogliamo stupidi e piagnucolosi. Se ti trovi di fronte a un problema insolubile, prega gli Antenati, ma non smettere di pensare a risolverlo, perché i problemi non si risolvono mai da soli."
Era un parola. Avrebbe voluto vederlo nei suoi panni, il Generale Yuri! Pensare! E a cosa? A come procurarsi uno di quei corni rossi degli antichi italiani, che costavano un patrimonio e passavano per l'ultimo ritrovato in campo di scaramanzia? No. Ci doveva essere una soluzione.
Si doveva partire dai dati a disposizione. E un dato era certo: la sfortuna esiste. Quella misteriosa entità che gli scienziati si rifiutavano di ammettere, in realtà esisteva. Eccome se esisteva! Un fucile slayer, che era collaudato per incepparsi una volta ogni centomila colpi, si piantava almeno ogni dieci, quando non era scarica la batteria o non si bruciava un microprocessore. Un pilota che non aveva mai sbagliato un attracco andava a urtare contro i pulsanti del pilota automatico e si schiantava contro la paratia della stazione orbitale. Sempre così, eventi che non avevano la minima probabilità di accadere....
Bussarono alla porta.
"Avanti" -gemette.
La porta si aprì. Lentamente, entrò la faccia triste e nobile di Solomon Mwangi, un ufficiale pilota masai. Con i suoi movimenti eleganti, avanzò circospetto e si sedette sulla poltrona della scrivania di Adolf. "As'Salam" -lo salutò questi.
"Bes'Salam -rispose- come va?"
"Come vuoi che vada? Ho rovesciato il calpa sulle scarpe bianche."
Mwangi rise mostrando i denti bianchissimi.
Adolf si mise a sedere con un scatto, rischiando di strangolarsi con il lenzuolo che gli si era annodato attorno al collo. Se ne liberò e guardò fisso l'amico: "Solomon, in nome di Allah, che cos'è la sfortuna?"
Il masai scosse i lunghi capelli in treccioline rosse, si aggiustò il colletto della tuta di volo e sorrise: "Scientificamente la sfortuna non esiste. Esiste solo la probabilità."
"E allora che cosa ci succede? Tu sei un pilota, hai studiato la teoria della probabilità..."
"La teoria è molto precisa: la sfortuna è solo... sfortuna. Se tu tiri una monetina in aria, uno di quei denari antichi che si usano per gli oracoli, essa cadrà con uguale frequenza da un lato o dall'altro. Ma non sai mai da che lato cadrà la volta dopo: che cada testa non vuol dire che dopo cadrà croce, ma neppure il contrario."
"E allora come funziona la teoria delle probabilità?"
"Funziona su un solo principio: se io butto la monetina, diciamo, un milione di volte, e conto le volte che è venuta testa e quelle che è venuta croce, e poi divido il primo numero per il secondo, il risultato sarà molto vicino a uno. Ma questo vale solo se la butto molte volte."
"Cosa vuoi dire?"
"Se butto dieci volte posso avere benissimo 6 volte testa e 4 volte croce: 6/4 fa 1.5. Quattro è due terzi di sei. Se butto la monetina un milione di volte, non verrà mai 600.000 volte testa e 400.000 croce: la proporzione varierà molto meno, il rapporto sarà quasi uguale a 1. E' questa l'unica certezza previsionale della teoria della probabilità."
"Ma questa regola non ti dice nulla sul singolo risultato..."
"No. In teoria può venire anche cento volte croce. In pratica questo non succede, e se punti cento volte croce, probabile che perdi un sacco di soldi. Ma se punti sempre croce per un milione di volte, dovresti andare in pari."
Adolf rifletteva. Gli occhi di Mwangi si posarono sull'uovo elettronico.
Adolf lo prese in mano. "Me l'ha prestato un mio sottufficiale che è andato in licenza." -disse come per giustificarsi- L'aveva comprato da un hook."
"E' vero che ognuno di quei cosi ha una donna particolare, con un suo nome?" -si informò Mwangi.
Adolf sorrise, cercando di apparire distaccato: "Certo. E il suo aspetto fisico, la sua personalità... E' difficilissimo averlo in prestito, perché i soldati ne sono gelosi... -sbuffò- Gelosi di una macchina!"
Mwangi abbassò le palpebre da gazzella: "Dicono che sia piacevole..."
Adolf alzò le spalle: "Beh, è efficace, -fece una pausa, soppesando il suo Riposo del Guerriero- straordinariamente efficace."
Lo ripose in un cassetto e si volse verso l'amico: "E se limi un lato della monetina?"
Il masai si scosse da un attimo ipnotico: "Se limi la monetina, cadrà più volte dal lato limato. Non sai subito quanto cambierà il rapporto, ma dopo..."
"...dopo il solito milione di volte lo sai. Ma ancora non mi hai detto cos'è la sfortuna."
"Te l'ho detto, scientificamente non esiste. Che tu la limi o no, non saprai mai con certezza quale faccia della moneta verrà la volta successiva. Non puoi avere previsioni su un caso singolo. La moneta limata farà venire di più un lato, ma ci sono solo più probabilità di indovinare puntando su quel lato, mai certezza. La sfortuna e la fortuna nascono dal fatto che tu cerchi di indovinare più della media, tu vuoi indovinare di più di quanto l'evento stesso sia obbligato a rivelare."
Adolf continuava a pensare, ascoltando Mwangi.
"Sta a sentire, supponi che io prenda un dado a sei facce, ogni numero dovrebbe venire una volta su sei, no?"
"In media, sul solito milione di volte."
"Bene. Supponiamo che io limi gli spigoli del 2. Il 2 uscirà più spesso, no?"
"Così dovrebbe essere."
"Bene. Allora, io lo limo, e poi lo tiro un milione di volte..."
"Bastano centomila." -disse Mwangi ridendo.
"Beh, centomila volte, e vedo che il 2 viene, invece che una volta su sei, una volta su quattro. Mi segui?"
"Perfettamente. Così hai un dado truccato. Ma se punti sempre sul quattro se ne accorgono..."
"Non è questo che mi interessa. Quello che ti chiedo è questo: se io porto questo dado da Saharasit a Camberra, e lo tiro altre centomila volte, il risultato sarà sempre uguale?"
"Certo, sarà sempre un dado truccato."
"E se lo porto sui Beth?"
"Beh, la gravità dovrebbe cambiare qualcosa nella dinamica del rotolamento, ma il 2 uscirà sempre una volta su 4, le leggi della probabilità sono invarianti."
"E se lo porto qui?"
Mwangi aprì la bocca per rispondere, poi restò interdetto. Scosse la testa: "Che cosa vuoi dire?"
"Se la sfortuna fosse questo? Una variazione delle leggi della probabilità. Se il dado truccato, su questo posto scalognato, cambiasse la distribuzione della probabilità?"
"Certo, non ho mai visto un posto jellato come questo, ma se quello che dici fosse vero..."
"Avrei dimostrato scientificamente l'esistenza della sfortuna..."
Il masai scosse le treccioline sottili: "Ma è impossibile, è assurdo..."
Adolf balzò dal letto, mettendo i piedi nella pozza violacea di calpa, scivolò indietro e cadde sul bordo, facendosi male alla schiena. Ma era come in preda a una frenesia. Si alzò e si avvicinò al pilota, sbattendo lo stinco contro la sedia. Non imprecò neppure. "Proviamo!" -disse.
Mwangi aggrottò la fronte: "Certo questo luogo è sventurato... ma dovremmo avere dei dadi truccati portati da un luogo esterno e provati migliaia di volte... e poi provarli a nostra volta qui..."
"Sta a sentire, da dove comincia la jella?"
"Beh, questo lo sanno tutti, prima degli asteroidi di Conmado tutto fila come l'olio. E' dopo che inizia la scalogna."
"Bene, io penso ai dadi, tu prepara la nave."
"Ma non puoi abbandonare il presidio..."
"Sono o non sono il comandante? Motivi urgenti di consultazione. Tutti i comandanti fuggono fuori da questa specie di terra di Giobbe, appena possono. Io non l'ho mai fatto, e lo farò ora. Tu vieni con me."
I due ufficiali che passarono una settimana in un albergo di Omaku erano certamente individui strani e sospetti. In cinque giorni, non uscirono mai dall'hotel. Alla sera del quinto giorno Adolf M'botu posizionò il dado sulla piccola catapulta a molla e dichiarò solennemente: "Trecentomila!". Mwangi, che era intento a scrivere su un laptop, ripetè "Trecentomila, che gli Dei ci aiutino..."
Alla sera consultarono i loro appunti. Avevano fatto, il primo giorno a mano, e poi con la rudimentale macchinetta da loro costruita, una media di 3333 lanci all'ora, per una media di 18 ore al giorno per cinque giorni: totale 300.000. Il lato truccato, il due, era uscito in media una volta su 3.53; gli altri due numeri avvantaggiati dalla limatura, il sei e il cinque, 1 su 5 e 1 su 5.45. I restanti avevano frequenze molto più basse: il quattro, il numero più svantaggiato, era uscito una volta ogni 12. La media, per ogni dado perfetto, sarebbe di 1 su 6.
Senza perdere tempo, salparono per il loro presidio.
L'esperimento successivo fu più difficoltoso. Avevano i loro doveri militari da compiere, e i trecentomila lanci richiesero più di dieci giorni.
Man mano che le ore passavano, però, i loro volti si facevano sempre più tesi. All'ultimo dei trecentomila lanci, eseguito da un estenuato e febbrile Mwangi, Adolf M'botu alzò la mano tremante dalla tastiera del calcolatore portatile e la posò in grembo: "Signori, la sfiga esiste." -disse solennemente.
Sullo schermo i dati definitivi: il due era uscito in media solo 1 volta su 5.35, e tutti gli altri dati erano proporzionalmente equilibrati: un dato truccato era diventato quasi perfetto. Eppure, anche a guardarlo, la limatura era visibilissima: il lato del due era molto più piccolo e con spigoli smussati: gli urti casuali del rotolìo dovevano per forza farlo apparire in alto più volte degli altri...
Adolf parlava come tra sé: "La sfortuna... ogni meccanismo artificiale, ogni movimento del nostro corpo, ogni scatto dei nostri neuroni, tutti questi movimenti, non sono mai perfetti. Sono solo fatti per funzionare con un'efficienza altissima. Su un milione di volte, un'arma si inceppa una volta, un motore si ferma due volte, una gamba urta uno spigolo dieci volte... Perché è più probabile che succeda così, perché tutto è fatto per funzionare al meglio... Ma se qualcosa, o qualcuno, potesse spostare il delicato, misterioso equilibrio della probabilità, ecco che l'arma si inceppa una volta ogni dieci colpi, il motore due volte, la gamba va a sbattere una volta sì e una no, un esercito intero è fermo, pianeti popolosi e attivi diventano un deserto di ozio e di immobilità. Ecco cos'è la sfortuna..."
Mwangi era silenzioso, il volto teso.
"Ma come, come è possibile..." -mormorò.
Adolf si alzò e, attentissimo, si mosse per stendersi sul letto. Usando la massima cautela, si sdraiò e intrecciò le braccia dietro la testa. Era arrivato sano dalla scrivania al giaciglio! Si rilassò. Immediatamente, un insetto blu gli entrò in un orecchio, facendolo scattare, sbattere un gomito sul comodino e agitare la testa come un pazzo. Mwangi lo guardava rassegnato: non c'erano finestre che fermassero i trapana-orecchie.
Scacciato l'insetto, Adolf si lasciò andare lentamente sul cuscino, i nervi tesi come corde di violino, gli occhi sbarrati: "C'è solo un uomo che può risponderci. Fai preparare la nave per domani mattina. Cercherò di dormire, ora."
"Ah, Solomon..."
Mwangi, che era già vicino alla porta, si volse: "Sì?"
"Posso riavere Amelia?"
Il masai sorrise, confuso: "Beh, è proprio, è proprio uno schianto, sai... Mi dispiace essere senza di lei, stassera..."
"I patti sono patti... Se ne trovo un'altra te la compro, ma fra poco sarò senza anch'io, e ne voglio assolutamente una..."
"Costano molto, vero?"
"Sono gioielli della tecnologia hook, alcuni sono vecchi di secoli. Un tempo i guerrieri più nobili li ricevevano dalle famiglie, quando partivano per la guerra. Nessuno sa come funzionano..."
Mwangi si tolse l'uovo dalla tasca e lo lanciò a M'botu dall'altro lato della stanza. Il giovane alzò la mano e lo bloccò al volo. Almeno avrebbe passato una notte tranquilla. Si sorprese a sorridere, ma il volto dell'amico, mentre chiudeva la porta, era triste.
Prabachar Radachari li ricevette molto semplicemente nel suo bungalow di canne hor azzurrine, sulle rive degli stagni di Odopu, sul pianeta Posduh. Per vent'anni aveva fatto ricerca su Yoruru, uno dei mondi centrali dell'Impero Hook, in fisica extraterrestre, cercando di capire la scienza hook. Conosceva molte lingue della Fascia e aveva sposato una ragazza del luogo. Da dieci anni, però, tutti i cittadini della Federazione dei Consigli d'Africa erano stati espulsi dall'Impero, e anche Radachari era dovuto partire. Dopo un breve soggiorno sul Pianeta, però, aveva deciso di tornare, prendendo residenza nelle zone occupate dai terrestri, che godevano di una certa tranquillità. Nonostante le maggiori difficoltà, riusciva tuttavia a continuare i suoi studi. E Posduh era un bel pianeta tropicale, oltre gli asteroidi di Conmodo.
Non solo ricevette i due ufficiali, ma li ascoltò anche attentamente. Volle vedere il dado, e lo lanciò una ventina di volte. Convenne che era truccato in modo indecente: "Con questo -disse ridacchiando nella sua barba bianca e arricciata- non uscireste mai vivi da una bisca nel quartiere rosso..."
La moglie, una snella donna hook dalla pelle candida come neve e i capelli d'argento, portò il tè.
Finito che ebbe di bere, Radachari depose la tazza e si asciugò con cura i baffi e la barba.
"Che cosa sapete della scienza hook?" -chiese bruscamente.
Adolf ripose per tutti e due: "Un corso fatto all'Accademia dove ti dicono che non si sa nulla, ma che gli sbiancati... ehm, voglio dire, gli hook, praticamente non hanno fatto altro che fabbricare armi, mentre il popolo moriva di fame... ma non so quanto sia vero..."
Il vecchio sorrise nella sua barba: "Beh, a parte le semplificazioni, c'è qualcosa di vero. La cultura hook è una cultura guerriera. Ma il guerriero è molto sensibile alla sorte, non è così?"
Mwangi assentì: "Si rischia la vita, è normale che sia così." Era tranquillo, rilassato sul divano-amaca di fibra vegetale. Oltre Conmodo potevi bere il té senza bollirti le dita e rovesciarti la tazza sui piedi.
"Quindi gli Hook hanno studiato la sorte? -chiese Adolf- Voglio dire, scientificamente..."
Radachari annuì: "Certo, e molto a fondo. Mentre le prime compagnie di assicurazioni nascono sulla Terra solo in epoca tardo-feudale, i primi trattati di teoria della probabilità appaiono nei mondi hook quando ancora non erano stati scoperti i metalli. D'altra parte, la teoria della probabilità non richiede tecnologia avanzata, no? Tutti gli hook, anche i contadini meno istruiti, possiedono i concetti base della teoria della probabilità. Fanno giochi per noi complicatissimi, in cui i terrestri non capiscono nulla, tutti basati su rischi sommati e suddivisi, non sto a spiegarvi..."
"E nessuno ha mai parlato di particolare scalogna in certe zone?"
Radachari rise. "E' da un po' che sento parlare di questa famosa sfortuna delle nostre truppe. E' proprio vero?"
Adolf non rispose, ma guardò Solomon. Il masai estrasse dei tabulati da una borsa e li porse al professore. "Dati comparativi dei guasti tecnici del Corpo di Spedizione." -disse.
Il professore li scorse. Poi alzò il volto, che era diventato serio: "Della gente muore, per questo."
"Molta gente. Ma il peggio è il morale. Neppure i comandanti si arrischiano ad agire, a lanciare offensive, con truppe che viaggiano con gri-gri islamici, cornetti italiani, amuleti cinesi, zampe di coniglio, trifogli e crocifissi e ad ogni minimo scricchiolìo della nave si gettano verso le tute pressurizzate facendo scongiuri e pregando tutti gli dei possibili. Non è una guerra, è una farsa..."
Radachari annuì: "Ma i locali sembrano immuni da questa sfortuna, no?"
"Pare. Loro vincono le battaglie con due navi contro dieci delle nostre. Ma non ci vuole molto: su dieci mezzi terrestri, almeno tre sono sempre fuori uso, e degli altri sette tre hanno i cannoni inceppati e quattro l'equipaggio in preda a claustrofobia improvvisa."
"Dunque non può essere un campo naturale diffuso nello spazio, come la gravità. Altrimenti farebbe effetto su tutti, hook e terrestri, non vi sembra? -domandò Radachari- Avete fatto altri esperimenti?"
"Molto parziali. -rispose M'botu- Anche venendo qui, abbiamo provato. Persino sulla nave, con la gravità zero, il dado non era più truccato, fino agli asteroidi. Poi è tornato un maledetto dado truccato."
Il professore riprese in mano il famoso dado, che aveva posato sul basso tavolino da té. Lo gettò, pensoso. Uscì un due.
"Un'idea io l'avrei -disse- ma è pazzesca..."
"La dica, la prego..." -disse Adolf.
"Beh, quando ero all'Università Imperiale di Yoruru ho conosciuto un fisico hook che si occupava di quella che noi chiameremmo fisica delle particelle. Si chiamava Nu Usubaru, e studiava proprio queste cose, lo definiva 'appiattimento dei picchi di varianza'..."
"Che sarebbe a dire..." -lo interruppe Mwangi.
"Cercava di appiattire le variazioni casuali... insomma, voleva arrivare a gettare un dado che facesse a turno tutti i numeri prima di ritornare al primo: 1, 2, 3, 4, e così via, insomma una lotteria in cui non esce mai un numero due volte prima che siano usciti tutti. E lo voleva fare costruendo una macchina che chiamava generatore di regulioni."
"Regulioni?" -dissero i due ufficiali africani.
"Regulioni. Riteneva che vi fossero particelle sub-atomiche che mediavano la distribuzione della probabilità. I regulioni regolarizzavano il caso, e i loro opposti, i fationi, aumentavano le anomalie: un dado perfetto, in un campo fationico, poteva fare sei per dieci volte di seguito."
"E che cosa successe?"
"Dopo due mesi fui espulso. Non ne ho saputo più nulla. Ma un generatore di fationi avrebbe proprio l'effetto che avete descritto: aumentare la frequenza di eventi improbabili e diminuire quella di eventi probabili."
"Un generatore di jella!" -disse Adolf.
"Un'arma!"- esclamò Solomon.
"Un'arma." -confermò il professore.
"E non vi ricordate nient'altro?" -lo incalzò Adolf.
Radachari aggrottò la fronte: "E' passato tanto tempo. Ricordo solo che mi disse che aveva dei problemi di potenza. Un giorno era molto abbattuto: 'I regulioni non arriveranno mai a viaggiare a distanza, le mie teorie sugli influssi astrali sono destinate a cadere. Da vicino si propagano perfettamente, ma da lontano... nulla...' mi disse."
"Tutto ciò è... è straordinario..." -disse Mwangi.
"Certo -confermò il professore annuendo con la barba bianca- Ma non penserete che i vostri capi vi daranno ascolto? Per i terrestri la sfortuna non esiste, non entra nelle loro teste."
Adolf M'botu teneva la fronte con le lunghe mani nerissime: "Ma se potessimo interrompere il campo, anche solo per poco, in un piccolo spazio..."
Radachari sorrise. "Bisognerebbe scoprire come diffondono i fationi... ma chi lo sa? E' una fisica del tutto diversa dalla nostra. Dopo tanti anni, inizio solo ora a capire la loro teoria del moto..."
Restarono a discutere ancora per ore. Fecero e disfecero ipotesi e teorie. Alla fine i due federali si ritrovarono sulla nave, in rotta per la loro postazione.
Sdraiato nella sua morfoamaca, Adolf rifletteva in silenzio.
Era stanco, e avrebbe avuto voglia di addormentarsi per rivedere Amelia. Il sergente che gliela aveva prestata sarebbe tornato l'indomani, e non poteva perdere l'ultima notte con lei. Fortunatamente, pareva che un intero carico di Riposi del Guerriero fosse stato intercettato al largo di Colofor. Era il primo colpo fortunato da mesi... Ora le uova sarebbero certamente circolate per tutto il fronte. Anche lui ne avrebbe avuta una tutta per sé. Almeno, finché stava con una donna psicotronica, lividi, trapana-orecchie, incidenti, erano dimenticati. Riflettè che non era affatto vero che la tecnologia hook produceva solo armi. Assolutamente. Che cosa c'era di più pacifico dei Riposi? Improvvisamente, il cervello gli si accese come un lampada eliogena! Pacifico? Ma forse... forse... era l'arma più... più... terrificante che fosse mai stata inventata! Tirò fuori l'uovo dalla tasca e lo guardò. Era un innocuo oggetto artisticamente arabescato. Non aveva aperture né pulsanti: ci si addormentava tenendolo in mano e tutto andava da sé: in qualche modo l'apparecchio riusciva a modificare i sogni e a renderli... erotici. Le batterie si ricaricavano con la luce. Il piacere era assicurato. Ma se fosse stato come pensava...
Balzò dal letto e accese l'interfono...
Radunare tutti i membri dell'equipaggio, far loro consegnare i loro Riposi del Guerriero, chiuderli nell'espulsore e gettarli nello spazio fu una delle cose più difficili che M'botu avesse mai fatto. Più volte ebbe paura che si ammutinassero, e dovette minacciarli di corte marziale. Gli uomini non capivano: le uova erotiche non erano proibite, anche gli ufficiali le usavano, anche i generali... Erano le uniche soddisfazioni per gente lontana da casa, sola, in un ambiente ostile... Adolf fece vedere il suo Riposo, e diede l'esempio: "Ragazzi, sono quasi sicuro che la nostra sfortuna dipende da queste uova. Credo che siano armi degli hook, progettate per diffondere la malasorte... Anch'io getterò il mio."
I soldati non erano convinti: "Ma signore, ci fate sempre quelle prediche contro la superstizione..." borbottò il cuoco.
Adolf li guardò: lo credevano pazzo, sicuramente. Ma tenne duro. Le uova furono scaricate nello spazio infinito, e la nave entrò oltre la fascia di Conmodo.
Gli uomini, ingrugnati, stavano immobili ai comandi.
Adolf sedeva al suo posto, la mano sulla fondina. Mwangi, che pilotava, chino sugli strumenti di controllo, era pronto ai guasti. Il tecnico di bordo aveva già la mano sui pannelli che contenevano gli utensili di pronto intervento.
Passavano i minuti e non accadeva nulla.
Passarono le ore, e non accadde nulla.
I volti degli uomini, inavvertitamente, cominciarono a dare segni di meraviglia.
Due mesi dopo, il generale M'botu sorvegliava l'imbarco del VI corpo di spedizione. La zona d'operazioni che gli era stata affidata era stata quasi completamente rastrellata, con minime perdite di mezzi e uomini. Anzi, la collaborazione della popolazione, che aveva sofferto negli anni di guerra, era così soddisfacente che aveva deciso di trasportare un terzo degli uomini su Turofu, dar loro una settimana di riposo, e poi puntare ancora in avanti. Finalmente la guerra progrediva. E lo stesso era per Mwangi, che gli aveva inviato un messaggio proprio quel giorno, dal suo nuovo comando.
Gli uomini salivano sulla nave in lunghe file. I veterani che gli passavano davanti lo salutavano affettuosamente. Gli parve di sentire il vecchio Yuri che lo complimentava: "Bravo, figliolo, sei diventato generale ancora prima di tuo padre. Beh, certo sei stato bravo. Io ne sapevo molte più di te e ero ancora tenente... Ma si sa, hai sempre avuto una fortuna sfacciata..."
Sorrise. Un uomo era inciampato, in fondo alla fila. Chiamò un sergente e se lo fece condurre di fronte. Il soldato era giovane, e lo guardò timidamente, salutando. Aveva un livido in un occhio e si era tagliato tutta la faccia rasandosi.
Adolf lo guardò severamente: "Molla l'uovo, figliolo..."
"Ma, signore, quale uovo?"
Adolf alzò un sopracciglio: "Preferisci che ci giochiamo il tuo stipendio a testa o croce?"
Il giovane si frugò in tasca e estrasse un uovo di metallo rosso, simile a rame splendente. Adolf se lo fece consegnare. "Come si chiama, soldato?"
Il giovinotto abbassò gli occhi, vergognoso: "Sonia, signore."
"Capelli?"
"Ehm, rossi, signore."
"Bene, vai, non sarai punito, questa volta."
Il soldato riprese il suo posto, e presto scomparve nel ventre del traghetto orbitale. Questa notte sarebbe stato solo. Adolf aggrottò le sopracciglia: quella maledetta guerra, bisognava finirla.
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